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Violenza domestica

Violenza domestica

In Italia, ogni due giorni e mezzo, secondo i dati del 2012 forniti da “Telefono Rosa”, una donna muore all’interno delle mura domestiche. Una vera strage, un grave problema sociale da affrontare con specifici strumenti di contrasto.

Anna, Carmela, Chiara, Francesca, questi sono solo alcuni nomi di donne uccise da mariti, fidanzati, amanti, all’interno delle mura di casa, nell’androne del proprio palazzo, in un garage, nel corso del 2012. Sono state più di centotrenta le donne assassinate lo scorso anno e di queste circa ottanta sono morte per mano di chi avrebbe dovuto amarle. Metà di loro ha perso la vita tra le mura domestiche, in quello che dovrebbe essere il luogo più sicuro per una madre, una figlia, una nipote.

Un vero massacro
Numeri in aumento rispetto al 2011, numeri che hanno allarmato anche l’ambasciatrice Onu Rashida Manjoo che, durante una recente visita in Italia, ha dovuto constatare come, nel nostro Paese, la violenza domestica sia la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni.
Un vero massacro, una strage silenziosa, che solo ogni tanto fa capolino tra le pagine di cronaca. In Italia ogni due giorni e mezzo, secondo i dati del 2012 forniti da “Telefono Rosa”, una donna muore per violenza domestica. Un vero e proprio “femminicidio” nel quale alle violenze fisiche si accompagnano abusi sessuali, stalking e violenze psicologiche. Femminicidio. Una parola orribile da sentire ma che sempre più spesso viene usata per raccontare le violenze e gli abusi nei confronti delle donne. Una parola che sottende una violenza subdola, una cultura maschilista ancora, purtroppo, ampiamente presente. Femminicidio, molto semplicemente, indica «ogni forma di discriminazione e violenza rivolta contro la donna in quanto donna».
Molto spesso è solamente questa la colpa di mogli e fidanzate picchiate, violentate, uccise nella camera da letto, in cucina, sul divano di casa: essere donne. Essere donne e quindi essere un oggetto, una proprietà del marito e del convivente, una “cosa” che non può essere di nessun altro: pena la morte. Questioni di onore troppo spesso designate, in maniera superficiale, come “morti d’amore”.
Ma Edyta Kozakiewicz, 39 anni, trovata sotto il letto con il corpo coperto di lividi, picchiata fino alla morte dal suo compagno, non è morta d’amore. Così come non è morta d’amore Antonella Riotino, 20 anni, uccisa a coltellate dal suo fidanzato 18enne perché non accettava la fine alla relazione. E nemmeno Chiara Matalone, 19 anni, freddata dal padre che era appena stato lasciato dalla moglie, uccisa anche lei. Storie di follia e di dolore, tragedie e delitti passionali che paiono essere diventati delle costanti nel nostro Paese. Molto spesso sono solamente questi delitti a fare notizia, ad avere rilevanza sui giornali, a scuotere le coscienze. Ma quando gli abusi e le violenze non portano al decesso, finiscono dimenticati, tasselli di una triste e ineludibile quotidianità. Diventano atteggiamenti tollerati, nei confronti dei quali, molte volte, sono le stesse donne a non ricorrere alla giustizia, sia per timore di una possibile degenerazione della situazione che, soprattutto, per scarsa conoscenza della legislazione. Ci sono poi anche altre paure: c’è il terrore di una persona che potrebbe diventare ancora più aggressiva, magari con i bambini, il timore di non trovare aiuto nelle istituzioni, il senso di vergogna per la separazione, vista come fallimento, soprattutto dalle famiglie di origine.
Spesso le donne arrivano a subire perché non hanno possibilità economiche per trovare rifugio altrove. Per una donna debole che ha trovato stabilità nel matrimonio, il marito, anche se violento, è un riferimento, addirittura un supporto, di fronte al timore di non poter ricostruire altrove una vita.
L’abuso domestico appare difficile da scoprire e individuare: esso non è limitato ad ambienti socialmente degradati, ma diffuso e radicato in ogni strato del tessuto sociale. Parlare di violenza di genere non è sbagliato quando, senza stigmatizzare un sesso considerandolo aprioristicamente e collettivamente responsabile, si vuole leggere la violenza come problema sociale, costante nel tempo, perché legato al modo in cui si strutturano le relazioni tra uomini e donne.

Contro la violenza in famiglia
Ed è proprio in questo contesto che si collocano la legge 28 marzo 2001, n. 149 e la legge 4 aprile 2001, n. 154, sulle misure contro la violenza nelle relazioni familiari. Leggi poco note ma che prevedono, nel primo caso, la possibilità di allontanare dalla residenza familiare non solo il minore, come nell’originaria formulazione degli art. 330 e 333 c.c, ma anche il genitore o il convivente maltrattante o abusante, congiuntamente all’adozione di un provvedimento ablativo o limitativo della potestà genitoriale.
La legge 4 aprile 2001 n. 154 introduce invece una doppia tipologia di interventi paralleli nel settore civile e penale, costituiti, rispettivamente, dagli ordini di protezione contro gli abusi familiari e dalla misura cautelare coercitiva dell’allontanamento dalla casa familiare.
Gli ordini di protezione, nati negli Stati Uniti d’America e giunti in Europa dopo la Quarta conferenza mondiale sulle donne di Pechino, nel 1995, costituiscono l’espressione di quel processo normativo che concepisce la violenza domestica non come questione privata, ma come problema pubblico da affrontare con specifici strumenti di contrasto che escludano dal patto sociale la coercizione della volontà altrui, attraverso un’azione di riconoscimento di identità sociali plurime. Il punto di partenza dell’evoluzione normativa che coinvolge le leggi sui consultori familiari (L. n. 405/1975), sull’interruzione volontaria della gravidanza (L. n. 194/1978), sulla violenza sessuale (L. n. 66/1996) e sulla pedofilia (L. n. 269/1998) è rappresentato dalla riforma del diritto di famiglia del 1975 e con essa dall’abbandono del modello della famiglia patriarcale, retta da una struttura gerarchica, fondata sull’autorità del pater.
Esiste, infatti, un’intima connessione tra la trasformazione del concetto di famiglia, approccio alla violenza domestica come questione sociale e processo politico di liberazione della donna e del minore. Gli ordini di protezione appaiono perfettamente coerenti con il volto costituzionale della famiglia ispirata ai valori dell’uguaglianza morale e giuridica. Le misure contro la violenza nelle relazioni familiari esprimono la rilevanza giuridica riconosciuta agli interessi del singolo rispetto a quelli della famiglia con il fine ultimo di difendere i diritti fondamentali della persona nel caso in cui la realizzazione della condotta violenta travolga e pregiudichi lo svolgimento dei rapporti familiari.
Le Leggi 149/2001 e 154/2001 rispondono a molteplici finalità di intervento nel tentativo di porre rimedio alle carenze degli strumenti di tutela penale e civile evidenziate dall’esperienza dei centri antiviolenza. In primis la possibilità di ottenere tutela tramite un’azione di tipo civilistico elimina il blocco psicologico della vittima a denunciare penalmente il partner violento: inoltre la legge offre una protezione tempestiva volta a interrompere il ciclo di violenza mantenendo aperta la strada alla ricostruzione delle relazioni familiari.
Le finalità perseguite dal legislatore sono senz’altro da condividere, perché volte a offrire una maggiore tutela ai soggetti deboli all’interno della famiglia, soggetti che trovano, in questo modo, un’ancora di salvezza per chi è vittima di violenza ma non ha il coraggio di denunciare o di affrontare la causa di separazione.

Articolo pubblicato su VITA PASTORALE Aprile 2013

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