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Una mamma di troppo: più regole per il diritto al pari della scienza

Fin dalla notte dei tempi il mater semper certa est è stato un principio evidente nella natura, ma che succede quando una donna porta a termine una gravidanza e partorisce un figlio per conto altrui?
La cd. maternità surrogata sconvolge l’unità della figura materna, dividendola nei distinti ruoli di madre genetica, madre gestante e madre sociale.

Possono aversi due casi: in un primo (surrogazione totale) la donna gestante non solo porta a termine la gravidanza ma fornisce pure il proprio ovulo risultando anche madre genetica; in un secondo (locazione d’utero) la surrogata si limita a partorire il figlio a seguito dell’impianto nel suo utero dell’embrione creato in vitro con i gameti della coppia committente.
Il coinvolgimento di terza donna nella procreazione è documentato dalla storia fin da tempi remoti: la Bibbia racconta che Abramo e Giacobbe ebbero figli dalle schiave delle proprie mogli sterili.
Il progresso scientifico, dividendo sessualità e procreazione, ha inciso su questa antica pratica eliminando il fardello del necessario rapporto sessuale tra committente e terza donna, rendendo la scelta psicologicamente più accettabile almeno su questo punto.
La medicina ha così portato alla ribalta una pratica prima sommersa, richiamando l’attenzione del legislatore che nel 2004 ha vietato e sanzionato la surrogazione materna senza però disciplinare le conseguenze se la coppia si sottopone all’estero alla pratica vietata (trattasi del cd. turismo procreativo).
Nel silenzio della legge, resta solo l’art. 269 c.c. che, presumendo la naturale coincidenza tra madre genetica e gestante, indica la maternità nella partoriente, come visto di recente nel caso dello scambio di embrioni all’ospedale romano Pertini.
Urge una normativa più al passo con i tempi affinché il diritto cammini al ritmo della scienza.

Articolo pubblicato su ECO DI BIELLA 20 ottobre 2015

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