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Revenge Porn: che cos’è e come difendersi

Il caso della 31enne, suicida dopo la diffusione di un video a luci rosse, impone la ricerca di strumenti repressivi, affinché questo episodio così triste non sia il primo di una lunga serie.

Revenge Porn“: letteralmente “vendetta porno”, si tratta della condivisione su Internet da parte di ex mariti/fidanzati di foto delle proprie ex mogli/partner durante atti sessuali.

E’ un fenomeno che va ben oltre il cyberbullismo, è quasi un femminicidio in chiave virtuale: spiattellare frammenti di intimità su Internet ha la ferocia di uno stupro di gruppo, in cui il corpo nudo e la dignità dell’ex moglie/fidanzata viene dato in pasto agli utenti del Web.

Certi momenti di privatissimo abbandono intimo, infatti, hanno senso solo nel segreto di una camera da letto: divulgarli senza consenso degli interessati ha il sapore della molestia sessuale, solo che qui il molestatore si nasconde dietro un cellulare o una tastiera.

Ma da queste vendette, che hanno il volto di un abuso, ci si può (e deve) difendere: la Cassazione penale ha infatti chiarito che “condividere un’immagine di terzi, senza autorizzazione della persona ritratta, con altri utenti della rete implica diffonderla ad un numero imprecisato di destinatari, potenzialmente a tutti gli abitanti del pianeta”, e che “Se l’immagine o i contenuti che la accompagnano (commenti, didascalie) sono tali da arrecare pregiudizio all’onore, alla reputazione, al decoro della persona, ci sono gli estremi del reato di diffamazione di cui all’art. 595 cp”.

Per la potenzialità del web di diffondere immediatamente e su larga scala i contenuti, si può chiedere l’applicazione di una pena più severa, oltre al risarcimento del danno.

Il rimedio è dunque querelare subito, anche contro ignoti: sarà la Polizia postale a identificare il responsabile.

 

Articolo pubblicato su ECO DI BIELLA 19 settembre 2016

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