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Lo sviluppo sostenibile nella dottrina sociale della Chiesa

Il concetto di sviluppo sostenibile alla luce della dottrina sociale della Chiesa e delle encicliche papali
Tutto ciò che si muove intorno allo sviluppo sostenibile è di grande interesse per la Chiesa Cattolica e non solo per la Comunità internazionale.

Il diritto ad un ambiente sano è ormai considerato un diritto umano, al pari di quelli che la Chiesa cattolica ha inglobato nel suo insegnamento e nella sua missione , vale a dire i “diritti di solidarietà”, fra cui ritroviamo il diritto allo sviluppo e alla pace.

La questione ambientale, nota anche con l’espressione “ecologia umana” , infatti, coinvolge la persona umana, la sua dignità e, soprattutto, la sua libertà, perciò ogni programma avente lo scopo di riservare il nostro ecosistema deve essere ispirato ad elevare la qualità della vita umana .

Secondo alcuni , la questione ambientale sarebbe entrata addirittura a far parte dei principi della Dottrina sociale della Chiesa con l’affermazione del principio dello sviluppo sostenibile o principio di “retinità”.

Lo sviluppo sostenibile, infatti, così come emerge dall’enciclica Centesimus annus, rappresenta una questione sociale globale, che coinvolge non solo le generazioni presenti, ma soprattutto quelle future.

A tal proposito Giovanni Paolo II sottolinea che “non solo la terra è stata data da Dio all’uomo, che deve usarla rispettando l’intenzione originaria di bene, secondo la quale gli è stata donata; ma l’uomo è stato donato a se stesso da Dio e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale, di cui è stato dotato” .

Inevitabilmente l’ambiente ed i diritti umani risultano legati ad un solo filo, non solo dal punto di vista logico, essendo l’ambiente lo spazio entro cui l’uomo esercita i suoi diritti fondamentali, ma anche giuridico, poiché si pone l’esigenza di definire giuridicamente le condizioni essenziali per assicurare la permanenza di un ambiente idoneo a garantire il rispetto di tali diritti .

Questo concetto è stato ampiamente dibattuto in occasione della Giornata Mondiale della Pace del 1990, dal titolo “Pace con Dio Creatore, Pace con tutta la creazione”, in cui Giovanni Paolo II ha potuto ribadire che “è il rispetto per la vita e, in primo luogo, per la dignità della persona umana la fondamentale norma ispiratrice di un sano progresso economico, industriale e scientifico”

Accanto alla promozione in sede internazionale del diritto ad un ambiente naturale non inquinato, che ha come corrispettivo il dovere di salvaguardare la destinazione universale e diacronica del creato, Giovanni Paolo II introduce la necessità di una tutela internazionale della stessa ecologia umana e del diritto allo sviluppo umano integrale.

Invece riscontriamo troppi casi di inquinamento ambientale ed un incontrollato sfruttamento delle risorse naturali, che hanno inevitabilmente alterato la biodiversità del sistema naturale, il tutto in nome dello sviluppo tecnologico e del profitto economico.

Occorre comprendere che l’ambiente naturale costituisce il patrimonio dell’umanità, vale a dire “un’eredità comune, i cui frutti devono essere a beneficio di tutti” , che ciascun esser umano deve salvaguardare con ogni mezzo e, certamente, non mediante “semplici meccanismi di mercato” , bensì attraverso una concertazione a livello mondiale.

La salvaguardia dell’ambiente è un’esigenza che già Paolo VI aveva esternato nel Messaggio alla Conferenza di Stoccolma, ribadendo che ogni uomo ha il sacrosanto diritto di poter godere di un “ambiente sano e sicuro” .

Ciò è possibile solo attraverso la collaborazione di tutti gli Stati e mediante la statuizione di precise regole, perché, come ha detto Giovanni Paolo II, “l’umanità, di fronte a una fase nuova e più difficile del suo sviluppo, ha oggi bisogno di un grado superiore di ordinamento internazionale, a servizio delle società, delle economie e delle culture del mondo intero”.

In altri termini, il Magistero postula un “diritto all’ambiente”, che trova la sua fonte nella responsabilità dei singoli Stati e di tutti i soggetti di diritto internazionale, i quali hanno “il compito di prevenire il degrado dell’atmosfera e della biosfera, controllando attentamente, tra l’altro, gli effetti delle nuove scoperte tecnologiche o scientifiche, ed offrendo ai propri cittadini la garanzia di non essere esposti ad agenti inquinanti o a rifiuti tossici” .

Ciò che deve essere tutelato è il “bene comune”, vale a dire “l’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona”.

Attualmente manca una certa condivisione di una progettualità capace di compattare fra di loro le istituzioni politiche ed il tessuto sociale, che favorirebbe l’agire di organizzazioni intermedie attraverso il principio di sussidiarietà .

Così la Centesimus annus richiama la responsabilità di tutti i cristiani di fronte ai gravi problemi dell’umanità e il Pontefice invita loro a prendere coscienza dell’importanza della salvaguardia dell’ambiente, in netto contrasto con l’eccessivo e irrazionale consumo dei beni naturali.

Giovanni Paolo II ritiene necessaria un’adeguata educazione a stili di vita diversi e responsabili, allo scopo di evitare dei danni irreversibili e favorire, invece, un futuro “umano” per le generazioni presenti e future.

Nell’enciclica Popolorum Progressio, leggiamo che “se la terra è fatta per fornire a ciascuno i mezzi della sua

sussistenza e gli strumenti del suo progresso, ogni uomo ha dunque il diritto di trovarvi ciò che gli è necessario. Dio ha destinato la terra e tutto ciò che contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, dimodoché i beni della creazione devono equamente affluire nelle mani di tutti, secondo la regola della giustizia, ch’è inseparabile dalla carità”.

È evidente che essendo i beni naturali dei “beni collettivi”, questi devono poter essere usufruibili da tutti, senza alcuna distinzione, ma anche tutelati; ciascun uomo ha il diritto-dovere di usufruire di un ambiente umano e naturale integro, in cui si impegna a promuovere l’umanità, allo scopo di conseguire il bene di ciascuno all’interno del bene comune universale.

La sostenibilità ambientale ed il diritto ad un ambiente sano
La “questione ambientale”, intesa come l’insieme di problemi legati alla protezione, conservazione e valorizzazione dell’ambiente e delle risorse in esso contenute , non costituisce una novità assoluta negli ordinamenti giuridici interni e neanche in quello internazionale.

La questione ambientale e soprattutto il suo legame con i diritti umani inizia, infatti, nell’ambito delle Nazioni Unite, attraverso un lungo processo sfociato nell’adozione di due importanti conferenze: la Conferenza Mondiale sull’Ambiente, realizzata a Stoccolma nel 1972, e la Conferenza su Ambiente e Sviluppo (UNCED), tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992.

Queste due conferenze internazionali hanno avuto il merito di aver dato vita al “diritto umano all’ambiente”, le cui norme coinvolgono direttamente la persona umana, nella sua dimensione individuale e comunitaria, quale titolare di diritti e di obblighi.

In questo senso è significativa la Dichiarazione finale sull’ambiente umano: proclamazione e principi della Conferenza di Stoccolma in cui si legge che i diritti fondamentali della persona “alla libertà, all’uguaglianza e a condizioni di vita adeguate” vanno riconosciuti ed attuati “in un ambiente tale da consentire un’esistenza di dignità e di benessere”.

Naturalmente la persona diviene, di conseguenza, responsabile nel proteggere e migliorare l’ambiente per le generazioni presenti e anche future.

La Dichiarazione di Rio, invece, sostiene che “gli esseri umani hanno diritto ad una vita sana e produttiva in armonia con la natura”, inteso non più come diritto della persona, ma come diritto allo sviluppo, la cui attuazione deve “essere realizzata in modo da soddisfare equamente le esigenze relative all’ambiente delle generazioni presenti e future” .

Tuttavia, se è vero che la Dichiarazione di Rio formalmente non fa alcun riferimento al diritto umano dell’ambiente, di fatto lo afferma quando sancisce che ogni persona ha diritto ad “una più elevata qualità della vita” .

Si assiste, infatti, ad un passaggio dal solo diritto oggettivo, costituito da norme poste a tutela dell’ambiente, al diritto soggettivo, mediante delle regole volte a garantire il diritto di ogni persona ad un ambiente almeno non danneggiato.

In altri termini, il diritto all’ambiente può essere definito come la garanzia per ogni persona, inteso come singolo o come Popolo, a vivere all’interno di un ecosistema, le cui condizioni consentono un’esistenza sana e dignitosa, nonché il raggiungimento del suo sviluppo integrale, prospettando delle garanzie di analoghe condizioni per le generazioni future.

Il diritto all’ambiente può essere collegato con il diritto a non essere danneggiato nella salute e nel benessere e a non subire danni rilevanti dal mutamento delle condizioni naturali; ciò è possibile solo attraverso la conservazione e la protezione della natura.

Il contenuto di tale diritto può essere ampliato fino al

riconoscimento di un diritto al godimento delle risorse e delle bellezze naturali e culturali e di tutti i fattori importanti per l’equilibrio ambientale.

Dal punto di vista giuridico, però, la definizione del diritto umano all’ambiente è completamente assente e ciò rende non solo l’applicazione di tale diritto chiaramente impossibile, ma anche il suo stesso riconoscimento.

C’è da dire che a livello internazionale, pur in mancanza della definizione del diritto di ogni persona a professare la propria fede religiosa, tale diritto è reso di fatto effettivo; questo costituisce solo un esempio, ma ve ne sono tanti altri.

In altri termini, se l’ambiente è una proiezione della persona e la qualità dell’ambiente è un aspetto essenziale del diritto alla qualità della vita, allora le norme che garantiscono i diritti della persona, nonché il diritto ad una vita migliore, riconoscono implicitamente anche il diritto umano dell’ambiente .

È evidente che un ambiente degradato danneggia la salute fisica e morale della persona, per cui, mediante l’esercizio del diritto individuale riconosciuto alla persona,è possibile esercitare anche il diritto all’ambiente.

Di conseguenza l’ambiente dovrebbe costituirsi non soltanto come diritto dell’uomo, ma come un obiettivo cui devono essere finalizzati, oltre ai diritti dell’uomo, anche i diritti economici e sociali.

È per questo motivo che i doveri nei confronti dell’ambiente non devono concretizzarsi solo nella conservazione oppure nell’astensione da comportamenti in grado di danneggiare, ma soprattutto con azioni positive, atte a garantire un certo grado di equilibrio ecologico.

In pratica, l’ordinamento giuridico internazionale ha tradotto, in termini giuridici, il graduale emergere e maturare di una coscienza comune dell’umanità. Così la Commissione dei Diritti dell’Uomo nel 1990 ha tentato di definire i contenuti ed i limiti del diritto all’ambiente e quei nuovi diritti “che possono aiutare e proteggere l’individuo dai danni causati dallo sviluppo della civiltà contemporanea” .

La piena attuazione di questi diritti ecologici avviene nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento internazionale, vale a dire obbligo di prevenzione, obbligo di notifica dei danni ambientali ecc., poiché manca tuttora una vera e propria formulazione del diritto all’ambiente che permetterebbe l’immediata giustiziabilità, ovvero la possibilità di invocare il “danneggiatore” dinnanzi al giudice.

Oggi, la comunità internazionale ha adottato il principio “chi inquina paga” e quello della preminenza dell’interesse collettivo rispetto a quello particolare del singolo Paese, industrie o persone.

Attualmente il diritto ad un ambiente sicuro inizia finalmente ad essere riconosciuto come tale, tanto da essere citato all’interno di diverse Costituzioni nazionali ed anche in alcuni documenti internazionali per i diritti umani.

Concludendo, la giustizia ambientale costituisce un concetto che mette tutti allo stesso livello, vale a dire quello di dipendere da un ambiente intatto e salubre.

Alla fine le persone prenderanno coscienza del fatto che le pratiche distruttive, intraprese contro l’ambiente, minacciano la salute di ciascuno di noi, perciò finalmente finiranno di considerare l’ambiente come un fatto scontato e cominceranno a guardarlo come ad un lusso.

Aspetto cristiano della tutela ambientale
La visione del rapporto tra la Chiesa e la Comunità internazionale degli ultimi 25 anni si innerva fortemente sulla scia del “Vangelo della pace”, predicato da Giovanni XXIII nella sua Enciclica Pacem in terris dell’11 aprile 1963.

In quell’occasione il Santo Padre ha ribadito il valore perenne di un coraggioso impegno per la pace e, soprattutto, del “bene comune universale” , quale “fattore di aggregazione e vincolo unitario per i popoli della terra”.

Già dai tempi della Conferenza di Rio sull’Ambiente e lo sviluppo, la Santa Sede ha potuto spiegare, dinnanzi alle diplomazie di tutto il mondo, non solo le sue linee guida in materia ambientale, ma soprattutto che la parola ambiente postula l’esistenza di un centro, attorno al quale l’ambiente stesso esiste.

Tale centro è l’essere umano, la sola creatura che non solo è in grado di essere cosciente di se stessa e di ciò che la circonda, ma che è dotata anche di un’intelligenza tale da esplorare il mondo circostante allo scopo di utilizzarlo .

La sviluppo sostenibile è un concetto molto ampio che richiede un’attualizzazione della destinazione universale dei beni, della solidarietà e del bene comune .

Il fatto che la terra e tutte le sue risorse costituiscano “eredità comune dell’umanità” rappresenta “il fondamento dello sviluppo sostenibile dirigendo gli imperativi morali della giustizia, della cooperazione internazionale, della pace, della sicurezza, e del desiderio di elevare il benessere spirituale e materiale delle generazioni presenti e future”.

Il “bene comune universale”, inoltre, è il principio che meglio si adatta a far da collante a tre elementi fondamentali, vale a dire: economia, etica e sviluppo sostenibile.

In questa universalità si ravvisa una radice etica, fondata sul principio dell’eminente dignità di ogni persona umana, per cui “si tratta di costruire un mondo in cui ogni uomo, senza esclusioni di razza, di religione, di nazionalità, possa vivere una vita pienamente umana, affrancata dalle servitù che gli vengono dagli uomini e da una natura non sufficientemente padroneggiata”.

Esiste, però, anche una radice economico-funzionale, la quale affonda nella constatazione che, se lo sviluppo non è universale, se non raggiunge tutti i popoli, non è efficace, in quanto si priva del contributo fattivo di molti e perché le zone di sottosviluppo sono, con il passare del tempo, causa di squilibri che turbano la dinamica positiva dello sviluppo stesso.

Ciascun uomo ha l’obbligo morale di prendersi cura dei beni che gli sono stati affidati, in altre parole deve comportarsi come un custode e non un saccheggiatore.

La questione ecologica evidenzia come l’ambiente naturale ed umano siano dei beni collettivi e, allo stesso tempo, chiede una responsabilità comune ed universale.

A tal proposito il primo principio della Dichiarazione di Rio sancisce che “gli esseri umani sono al centro delle preoccupazioni per lo sviluppo sostenibile. Essi hanno diritto ad una vita sana e produttiva in armonia con la natura”.

È evidente che mettere la persona umana al centro dell’attenzione per l’ambiente sia la maniera migliore per salvaguardare la creazione.

Del resto, se promuovere la dignità della persona umana significa promuovere il diritto allo sviluppo e ad un ambiente sano, ciò significa anche richiamarne i doveri, vale a dire la responsabilità verso se stesso, verso gli altri, verso i beni della natura che le sono stati affidati dal Creatore e, dunque, verso Dio.

Tuttavia l’uomo si deve attivare non solo a proteggere l’ambiente, ma anche a promuovere lo sviluppo, naturalmente sostenibile. È evidente che ciò risulta possibile solo là dove le risorse della terra ed i mezzi per accedervi ed utilizzarle vengono saggiamente monitorati ed equamente condivisi .

Il nostro pianeta ha bisogno di uno sviluppo duraturo, perché solo con uno sviluppo capace di durare per intere generazioni tutti gli uomini potranno usufruire di un ambiente integro ed umano, che contribuisce alla crescita delle persone.

Significative solo le parole di Paolo VI: “Eredi delle generazioni passate e beneficiari del lavoro dei nostri contemporanei, noi abbiamo degli obblighi verso tutti, e non possiamo disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi ad ingrandire la cerchia della famiglia umana” .

È in questa chiave che leggiamo il messaggio cristiano di solidarietà ecologica fra le generazioni, che trova il suo fondamento non solo nell’intrinseca socialità delle persone e neanche nel fatto che la terra è un bene di tutti, piuttosto nella carità cristiana.

Questo perché la crisi ambientale colpisce soprattutto i più deboli, i quali vivono in situazioni ambientali molto precarie e non dispongono dei mezzi economici e tecnologici idonei per proteggersi dalle calamità provocate da un’attività umana incontrollata.

L’impegno della Chiesa è proprio quello di occuparsi dei più deboli e, di conseguenza, dei Paesi sottosviluppati, i quali sono i soggetti più danneggiati dalla globalizzazione economica, dallo sfruttamento incontrollato delle risorse, insomma dalla mancanza di una coscienza ambientale.

Occorre una responsabilità ecologica da parte di tutti ed anche una vera e propria conversione nel modo di pensare e di comportarsi.

Naturalmente la Santa Sede non offre delle soluzioni tecniche e politiche, che andrebbero al di là della sua sfera di competenza, piuttosto si limita a sottolineare la necessità che la dimensione etica di tutti i programmi nazionali ed internazionali sia adeguatamente valorizzata e affrontata .

Al riguardo Giovanni Paolo II afferma che “le Chiese e le altre Istituzioni religiose, gli Organismi governativi e non governativi, anzi tutti i componenti della società hanno un preciso ruolo da svolgere. Prima educatrice, comunque, rimane la famiglia, nella quale il fanciullo impara a rispettare il prossimo e ad amare la natura”.

Lo sviluppo sostenibile, quindi, può essere conseguito solo attraverso la collaborazione universale, che è atto proprio della solidarietà, di tutti gli uomini, Stati, organizzazioni, insomma di tutta la comunità mondiale.

In altre parole, occorre una cooperazione globale, scambi sostenuti da una giustizia globale, da un sistema di gestione delle risorse naturali coordinato a livello internazionale.

Così come sancisce la Populorum Progressio, “lo sviluppo integrale dell’uomo non può aver luogo senza lo sviluppo solidale dell’umanità”.

Per conseguire uno sviluppo umano ed integrale, non dobbiamo mai perdere di vista il parametro interiore dell’uomo, quel parametro che è nella natura specifica dell’essere umano, “natura corporale e spirituale, simboleggiata nel secondo racconto della creazione dai due elementi: la terra, con cui Dio plasma il fisico dell’uomo, e l’alito di vita, soffiato nelle sue narici”.

È’ oggi un dovere urgente, per i cristiani, essere riconciliati con tutta la creazione e assumere con fede la responsabilità di custodi dei doni di Dio.

Per realizzare tale riconciliazione il cristiano deve necessariamente esaminare la propria vita e riconoscere in che modo abbia offeso la creazione di Dio con le proprie azioni e incapacità di agire. Dobbiamo fare l’esperienza di una conversione, un cambiamento nel cuore. Dio ci invita ad allontanarci dalla malvagità e a comportarci in modo nuovo, promuovendo la “vocazione cristiana nel mondo” , sia singolarmente, sia riuniti in associazioni .

Ciascun fedele di Cristo ha il dovere di tener conto del bene comune della Chiesa e, di conseguenza di tutti i battezzati; nel nostro caso ci riferiamo al Creato, che ci è stato donato da Cristo e che noi abbiamo l’obbligo di tutelare e sviluppare, nel rispetto degli “altrui diritti e dei propri doveri nei confronti degli altri”.

Naturalmente uno sviluppo di questo genere è possibile solo se si dà per presupposto il mantenimento della pace e il miglioramento delle condizioni di vita dei popoli più poveri e deboli, mortificati dalla miseria e dalla mancanza di mezzi.

Parliamo di una pace che non si riduce alla semplice assenza di guerra, frutto dell’equilibrio precario delle forze politiche ed economiche, piuttosto di quella che si costruisce giorno dopo giorno, nel “perseguimento d’un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini”.

Inoltre, essendo lo sviluppo una legge universale premente in ogni persona e in ogni popolo, da essa derivano inevitabilmente diritti ed obblighi.

Questi ultimi “sono radicati nella fraternità umana e soprannaturale e si presentano sotto un triplice aspetto: dovere di solidarietà, cioè l’aiuto che le nazioni ricche devono prestare ai paesi in via di sviluppo; dovere di giustizia sociale, cioè il ricomponimento in termini più corretti delle relazioni commerciali difettose tra popoli forti e popoli deboli; dovere di carità, cioè la promozione di un mondo più umano per tutti, un mondo nel quale tutti abbiano qualcosa da dare e da ricevere, senza che il progresso degli uni costituisca un ostacolo allo sviluppo degli altri”.

A tal proposito Paolo VI, in occasione della Conferenza di Nuova Dehli, disse: “noi siamo convinti che problemi tanto complessi e tanto importanti potranno trovare felici soluzioni solo se forti correnti di pensiero superiori e di energie morali pervaderanno questi studi e li solleveranno dal loro semplice livello economico a quello integralmente umano, di generosa e progressiva fratellanza e di sapienza equilibrata e inventiva, nella visione di interessi trascendenti le difficoltà particolari e lungimiranti nella storia civile e pacifica dell’umanità”.

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