logo

Le minacce allo sviluppo sostenibile

Il settore agricolo
Negli ultimi anni, nel dibattito sul progresso economico futuro ha assunto un aspetto centrale il concetto di sviluppo sostenibile.

Il nostro stesso stile di vita, mutato molto velocemente nel corso di questo secolo a causa dei grossi passi avanti compiuti in campo scientifico e tecnologico, ci pone, infatti, di fronte a tematiche, come quella dei problemi ambientali, sempre più centrali nel dibattito sulla definizione dei modelli di sviluppo futuro.

Il nostro modo di vivere, di consumare, di comportarsi, decide la velocità del degrado, la velocità con cui viene dissipata l’energia utile e il periodo di sopravvivenza della specie umana.

Si arriva così al concetto di sostenibilità, intesa come l’insieme di relazioni tra le attività umane la loro dinamica e la biosfera, con le sue dinamiche, generalmente più lente.

Queste relazioni devono essere tali di permettere alla vita umana di continuare, agli individui di soddisfare i loro bisogni e alle diverse culture umane di svilupparsi, ma in modo tale che le variazioni apportate alla natura dalle attività umane stiano entro certi limiti così da non da non distruggere il contesto biofisico globale.

La conservazione delle risorse naturali, la razionalizzazione della produzione agricola o il controllo delle sostanze inquinanti, sono questioni che per la loro importanza vengono trattate quotidianamente a livello nazionale e internazionale da governi, economisti e dai gruppi di pressione ambientalisti, che incontrano il sostegno di una sempre più larga fascia di popolazione.

Tuttavia, lo sviluppo sostenibile è spesso inteso in maniera non unanime: se tutti sono oramai in accordo nel ritenere che il modello di sviluppo da adottare debba essere in qualche maniera sostenibile, questo termine implica idee e valori diversi da persona a persona.

Lo stesso termine sviluppo, ad esempio, può essere inteso in maniera diversa, al variare delle convinzioni di natura etica circa quali siano gli obiettivi che una società deve conseguire.

Nella misurazione del tenore di vita di una popolazione bisogna considerare anche altre misure quali, ad esempio, la salute della popolazione e il livello di istruzione.

Alcuni tra i maggiori organismi internazionali che si occupano dello sviluppo a livello mondiale hanno proposto una serie di indicatori da utilizzare per una corretta misurazione.

La Banca Mondiale nel valutare il grado di sviluppo di un paese adotta parametri definiti “indicatori base”.

L’attenzione viene spostata verso il concetto più ampio di qualità della vita. Questa nuova concezione si distingue da quella tradizionale per l’enfasi posta su più variabili piuttosto che su una sola.

Una società può essere considerata in fase di sviluppo solo se tutte queste variabili, nel loro complesso, danno valori positivi.

E’ quindi necessario, perché si possa parlare di sviluppo, non solo un aumento del reddito reale pro-capite, ma anche un aumento del livello di scolarizzazione e un miglioramento della salute generale di tutti i cittadini, per citare alcuni tra i principali indicatori in uso.

Il concetto di agricoltura sostenibile è un concetto fondamentale che deve essere applicato su scala mondiale, soprattutto in virtù dei rapporti che intercorrono tra agricoltura e ambiente.

Il rapporto tra l’uomo e l’ambiente è cambiato radicalmente, la progressiva diffusione dell’allevamento e dell’agricoltura portarono in passato alla sedentarizzazione di molte popolazioni.

Attraverso la coltivazione del suolo l’uomo ha modificato il paesaggio e lo ha trasformato in paesaggio agrario.

Oggi i sistemi agrari sono diventati complessi anche se sistemi più elementari sopravvivono accanto a sistemi tecnologicamente più avanzati; dal punto di vista della tecnologia, si è assistito a una radicale evoluzione, che ha portato il passaggio dal bastone alla zappa, dalla zappa all’aratro e così via.

La maggior parte degli scambi internazionali di prodotti agricoli vede, da un lato, il flusso dei prodotti dei grandi esportatori e dall’altro, il flusso dei prodotti esportati dai paesi del Terzo Mondo nei paesi industrializzati.

Questa situazione dà luogo a grosse disuguaglianze la cui causa principale dipende dai condizionamenti dei prezzi sul mercato: in generale, i prezzi dei prodotti agricoli tendono a calare; tuttavia, i prezzi di alcuni prodotti, proprio i prodotti che il Nord del mondo esporta nel Sud del mondo, tendono a crescere e ne risulta un inarrestabile approfondimento del già enorme divario economico che lacera le due parti.

Se un tempo l’agricoltura veniva considerata come un’attività rispettosa dell’ambiente, oggi risulta evidente di come le cose non stiano così: la pratica agricola influisce pesantemente sugli ecosistemi modificandoli e, talvolta, mutandoli radicalmente.

Dopo la Rivoluzione Industriale: “l’agricoltura ha dovuto adeguarsi alla crescente domanda di prodotti alimentari e industriali, provocata dal vertiginoso incremento della popolazione mondiale e dall’innalzamento del tenore di vita di una sua parte, per cui ha adottato sistemi sempre più sofisticati per elevare la produttività del suolo e per espandere l’area coltivabile. I costi pagati in termini ambientali, soprattutto sotto l’aspetto dell’inquinamento e delle alterazioni biologiche, sono enormi. L’agricoltura, così, può risultare più pericolosa dell’industria per la conservazione degli ecosistemi e per la qualità della vita, soprattutto quando si basa sull’assioma che bisogna produrre la massima quantità sul minimo spazio coltivato”.

Questo discorso è valido allo steso tempo sia per i Paesi del Nord del mondo, dai quali è partita la Rivoluzione Industriale, che per i Paesi del Sud del mondo, dove all’emergenza ambientale si aggiunge quella della fame.

Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, proprio per far fronte al problema della fame nel mondo, è stato attuato un grosso tentativo noto col nome di “rivoluzione verde” : l’intento principale era quello di portare nuove varietà di colture, più resistenti e più produttive, grazie anche al massiccio uso di fertilizzanti, e nuove tecniche agricole in paesi come Messico, India e Pakistan.

L’iniziale successo aveva fatto ben sperare, ma ben presto le speranze vengono disilluse: non solo non era stato adeguatamente considerato il tipo di ambiente fragile e difficile su cui le nuove tecniche venivano applicate, ma neanche era stato considerato il fatto che solo i coltivatori meno poveri potevano permettersi di usufruire di tali innovazioni.

Inoltre, questi interventi finivano con l’avere un forte impatto sul nuovo tessuto sociale, causando così tensioni anche gravi tra la popolazione. In che modo, dunque, l’agricoltura interviene sull’ambiente e sull’ecosistema?

L’agricoltura sostituendo con le colture il mantello vegetale originario genera la modificazione del suolo; con il raccolto sottrae al terreno notevoli quantità di sali minerali e con la concimazione vi introduce nuove sostanze chimiche, causando cambiamenti nella reazione del suolo agli agenti atmosferici e accentuando i processi erosivi che, in base alla scarsità delle copertura della vegetazione, aumentano di intensità.

Alcuni metodi di coltivazione, come l’aratura accelerano ulteriormente i processi di erosione dei suoli.

Il disboscamento, sia delle foreste boreali che di quelle tropicali, praticato per rispondere non solo alla crescente domanda di legname ad opera dei paesi industrializzati ma anche per permettere l’agricoltura itinerante , o la conversione di immensi spazi a pascolo o a colture da esportazione, come avviene in Brasile, sta creando danni enormi come perdita di biodiversità, aumento dell’effetto serra, innalzamento della temperatura terrestre e conseguente allargamento del buco dell’ozono.

L’irrigazione, elemento indispensabile per l’attività agricola, è a sua volta causa di notevoli modificazioni ambientali: la costruzione di dighe, di laghi artificiali è all’origine di fenomeni quali l’erosione costiera e l’instabilità del suolo.

Inoltre, il prelievo d’acqua dai fiumi condiziona negativamente i laghi di cui tali fiumi sono immissari, provocandone talvolta il graduale prosciugamento e il peggioramento delle condizioni climatiche locali, il quale porta a una diminuzione delle precipitazioni e a un’accentuazione dell’escursione termica diurna e annuale.

Una ulteriore conseguenza dell’irrigazione è rappresentata dalla salinizzazione che porta alla sterilità del suolo e al suo conseguente abbandono.

I fenomeni sopra descritti, in aggiunta ai cambiamenti climatici, contribuiscono tutti ad aggravare il gravissimo problema della desertificazione.

Il costante e massiccio utilizzo di fertilizzanti, di fitofarmaci e di pesticidi comporta danni enormi non solo agli ecosistemi, ma anche alla salute degli esseri viventi.

Le sostanze chimiche utilizzate in agricoltura, infatti, portano a una graduale contaminazione del terreno, inquinano le falde freatiche e l’acqua stessa che serve per l’irrigazione, scatenano reazioni di “resistenza” da parte dei parassiti e distruggono anche insetti utili e non nocivi per il raccolto.

L’agricoltura mondiale, dunque, si trova in una situazione paradossale: diventa dunque della massima urgenza applicare, sia nei Paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, il concetto di agricoltura sostenibile.

La sfida dell’agricoltura sostenibile, sfida che i Paesi di tutto il mondo devono accettare, non riguarda esclusivamente un ripensamento radicale delle politiche agricole, dei metodi di sfruttamento del suolo, degli atteggiamenti dell’agricoltore e del consumatore; ma anche un impegno responsabile e consapevole atto ad alleviare e anche a eliminare le sofferenze di chi, ogni giorno, soffre la fame.

Forse, attraverso la moderna biotecnologia, è possibile avvicinarsi al raggiungimento di quest’ultimo difficile obiettivo, ma occorre essere cauti e non perdere di vista interrogativi fondamentali, ai quali non sono state ancora date risposte certe e definitive.

Per biotecnologia generalmente intendiamo lo sviluppo di nuove forme di vita, attraverso l’utilizzo di sofisticate tecniche.

In agricoltura questo comprende lo sviluppo di varietà di piante e di animali “migliorate”, di controlli biologici dei parassiti e di prodotti biochimici che stimolano la crescita e la produttività di piante e animali geneticamente modificati (OGM).

La materia degli organismi geneticamente modificati è molto controversa ed è dibattuta vivacemente anche a livello ecclesiale.

L’utilizzazione delle biotecnologie in campo agroalimentare potrebbe rappresentare un traguardo scientifico, ma, come è evidente, porta con sé una grande quantità di dubbi etici.

La Conferenza degli Istituti missionari italiani ha assunto una posizione fortemente critica sull’utilizzo degli OGM, affermando che “magari si fosse trovato con gli OGM la soluzione alla fame di tanti popoli, quando la terra già produce autonomamente cibo in sovrabbondanza”.

Sicuramente da un punto di vista bioetica, la responsabilità dell’uomo consente di modificare gli organismi viventi per l’utilità dell’uomo stesso, naturalmente a determinate condizioni.

La Chiesa ritiene indispensabile un’attenta verifica agli effetti che tali prodotti possono comportare per l’ambiente e per la salute dell’uomo.

Infatti, quando esiste un criterio per verificare il rischio e c’è, quindi, una possibilità di governare quel poco rischio che rimane, solo allora si può procedere alla realizzazione di questi prodotti modificati.

A coloro che si domandano se gli organismi geneticamente modificati rappresentino una minaccia oppure una speranza per l’umanità, il Cardinale Martino così risponde: ”Come tutta l’ingegneria genetica, anche quella che si fa sull’uomo, c’è la speranza di poter portare dei miglioramenti. E la scienza deve produrre e alimentare questa speranza. Ma se non c’è il governo dell’etica, delle norme etiche, quello che è un vantaggio in sé può diventare una minaccia, alla fine. Per cui, è diventato intrinseco il legame tra il progresso scientifico, lo sviluppo dei popoli e l’etica”.

L’aumento demografico
La popolazione mondiale aumenta con una rapidità mai riscontrata in passato.

Il futuro del nostro pianeta appare evidentemente legato in maniera inestricabile al futuro delle città; il passaggio da un mondo rurale ad uno urbano implica trasformazioni radicali dell’impatto umano sull’ambiente ed impone un riesame delle politiche ambientali urbane. Le città trasformano il paesaggio, si appropriano di crescenti quantità di materiali ed energia ed esportano crescenti quantità di rifiuti ed emissioni.

L’urbanizzazione causa, inoltre, cambiamenti anche nel modo in cui la popolazione umana utilizza e trasforma le risorse naturali, le città influenzano e sono influenzate dall’ambiente oltre i confini delle aree in cui sono insediate.

Il boom demografico in unione ad una diminuzione delle risorse porta inevitabilmente gli abitanti dei paesi meno sviluppati a spostarsi verso luoghi che offrono maggiori opportunità di sopravvivenza, ovvero il mondo occidentale.

Si può ritenere che una delle cause della crescita vertiginosa del numero della popolazione sia da ricercare nel progresso al quale si deve una maggiore speranza di vita ed un minor tasso di mortalità infantile, con conseguente aumento esponenziale della popolazione mondiale.

Tuttavia l’uomo non ha saputo sfruttare adeguatamente il progresso citato e, soprattutto, non ha saputo condividerlo equamente, in tale situazione si sono evidenziati importanti squilibri sociali ed economici dei quali la nostra civiltà sta cominciando a pagare le conseguenze. Per migliaia di anni l’uomo ha concentrato i suoi sforzi e la sua intelligenza al fine ultimo della sua sopravvivenza sulla terra; oggi invece nei paesi economicamente sviluppati dell’occidente la natalità in forte calo arriva al punto da pregiudicare il ricambio generazionale.

I paesi del Terzo Mondo vivono la situazione contraria con un regime demografico caratterizzato da un’alta fecondità, il che porta ad una stima di popolazione mondiale per il 2050 di circa 10 miliardi di persone. In questo contesto, esistono zone in rapida urbanizzazione ed altre molto ritardate, zone nelle quali lo sviluppo avviene con maggior rispetto per l’ambiente ed altre, nelle quali l’ambiente viene saccheggiato per sostenere le necessità a corto termine delle prime urbanizzate.

La vita si basa sulla trasformazione di materia e di energia e, in un ambiente di dimensioni limitate, la disponibilità di questi beni condiziona lo sviluppo delle diverse società e del pianeta in genere. L’acqua potabile ed il cibo condizionano già oggi lo sviluppo di alcune regioni; il bisogno sempre crescente di energia elettrica condiziona l’evoluzione della nostra civiltà ed i relativi squilibri e ricadute negative sono ormai evidenti a livello mondiale nell’effetto serra.

Le precedenti constatazioni evidenziano come sia impossibile uno sviluppo illimitato in un ambiente limitato e con risorse altrettanto limitate: la sopravvivenza a lungo termine del nostro ambiente e della nostra civiltà non può quindi che passare per il raggiungimento di una situazione d’equilibrio. È evidente che l’effettivo massimo della popolazione dipende dal comportamento ambientale di questa e dalla capacità di rinnovamento delle risorse, inoltre sembra che l’effettivo massimo sia inversamente proporzionale al suo consumo energetico.

La mobilitazione attorno al problema dell’emissione nell’atmosfera di gas nocivi è sfociata nel 1992 nella Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo.

Ad oggi molti paesi industrializzati sono impegnati a ridurre le proprie emissioni di CO2 ai livelli prestabiliti ma bisogna considerare che tali paesi sono nel pieno della loro esplosione economica e demografica e tale dato rende preoccupante lo scenario futuro. Secondo la teoria dello studioso P. Holden l’impatto ambientale prodotto da una nazione in un dato momento di sviluppo tecnologico è pari al prodotto di popolazione per consumo pro capite per inquinamento prodotto dal livello di tecnologia usata nel consumo pro capite in quel dato momento storico . Il quadro attuale ci presenta una situazione nella quale la popolazione e il consumo pro capite di energie sono fattori in continua crescita per tale motivo, in assenza di importanti innovazioni tecnologiche, il quadro che emerge sembra volgere verso l’insostenibilità. Diviene quindi importante comprendere quale sia la capacità di carico del pianeta nei nostri confronti, dove per capacità di carico si intende il numero di individui che un habitat è in grado di sostenere con le proprie risorse.

Nei paesi sviluppati i quali hanno già un elevato livello di urbanizzazione, l’attuale sfida per i governi locali sono i processi di suburbanizzazione.

Il decentramento della struttura urbana sottrae territorio all’agricoltura e alle foreste spesso interferendo con processi ecologici di rilevanza globale. Tale situazione insieme alla separazione delle funzioni urbane aumenta la domanda di mobilità e l’uso dell’automobile.

Lo stato di salute della popolazione urbana è uno degli indicatori più diretti dello stato ambientale delle città; nelle città più povere la salute è posta a rischio da condizioni di vita insalubri, nelle città ad alto reddito i pericoli per la salute sono causati invece dall’inquinamento atmosferico e delle acque . Le città assorbono una crescente quantità di energia nonostante l’importante riduzione nell’intensità energetica realizzata nei paesi industrializzati. L’incremento dei consumi in diversi settori, dal terziario ai trasporti, fanno della città il luogo di maggiore concentrazione delle risorse energetiche. L’attuale società è caratterizzata da una crescita demografica e consumistica esponenziale ed incontrollata.

Le diverse politiche economiche si basano sull’aumento della capacità e dell’efficienza produttiva, nonché sulla crescita costante del Prodotto Interno Lordo. Questa situazione non è sostenibile a tempo indeterminato e appare quindi evidente la necessità di modificare l’attuale tendenza, favorendo maggiormente uno sviluppo controllato e sostenibile, con l’obiettivo inderogabile di raggiungere una situazione di equilibrio sostenibile. È necessario dunque un diverso approccio culturale per ridurre i consumi nei paesi occidentali in quanto i “ricchi”, che sono circa il 20% della popolazione mondiale, consumano più dell’80% delle risorse del pianeta . Invece di ridurre i consumi fino ai bisogni naturali per la sopravvivenza s

i pensa al controllo delle nascite nei paesi con minore possibilità di accesso alle risorse. Le politiche di pianificazione demografica che ogni stato deve applicare seguendo le proprie norme interne sono volte a contribuire al raggiungimento di una migliore qualità della vita.

La qualità della vita e dell’ambiente devono essere considerati elementi primari del sistema economico.

La tutela delle risorse esauribili, l’inquinamento ed i suoi effetti sono interessi comuni importanti tanto che bisogna trovare soluzioni efficaci a livello mondiale senza pregiudicare gli interessi altrui.

Solo in questo modo è possibile il vantaggio comune che deve essere al centro degli obiettivi della Comunità Internazionale. I mezzi d’intervento disponibili per influenzare l’evoluzione della situazione attuale sono sostanzialmente raggruppabili in tre categorie: disponibilità tecnologica, disponibilità economica e di capacità informative, disponibilità di mezzi di comunicazione e di sensibilizzazione.

Il comportamento della popolazione è determinante per due emotivi distinti in quanto, in primo luogo essa è causa di emissioni ambientalmente critiche e con il suo comportamento può ridurne l’impatto ambientale; ed in seconda analisi in quanto può accelerare o bloccare la realizzazione di misure atte a trattare convenientemente le emissioni e a risanare zone contaminate. L’interdipendenza fra la demografia ed il comportamento ambientale può influenzare gli squilibri sociali del nostro pianeta, ostacolando la realizzazione degli interventi a protezione, esistono la necessità e la possibilità d’intervenire, a livello nazionale ed inferiore, nell’interesse dei nostri cittadini e delle future generazioni.

L’inquinamento
All’incirca a partire dal 1970, cioè dopo aver osservato gli effetti negativi che la crescita economica ed il progresso tecnologico del dopoguerra avevano comportato in termini di degrado dell’ambiente e di consumo delle risorse materiali ed energetiche del Pianeta, ci si è resi conto di come l’ambiente sia una risorsa “esauribile” .

La natura ha una certa capacità di porre rimedio al danno subìto dall’assorbimento di inquinanti, ma, una volta superata una certa soglia, il danno non riesce ad essere riparato in tempi ragionevoli e l’effetto è praticamente irreversibile.

Il riconoscimento di questo allarme di portata mondiale, è certamente stato il primo passo verso una maggiore consapevolezza nello sfruttamento delle risorse del pianeta (tra cui non va considerato solo il petrolio, ma anche l’acqua, il cibo, le foreste), tuttavia pensare ad un possibile rimedio al problema non era affatto semplice.

Sulle prime, infatti, sembrava esservi un contrasto insolubile tra la volontà di proteggere la natura e la necessità di aumentare lo sfruttamento dell’ambiente per soddisfare le esigenze alimentari, sanitarie, energetiche ed economiche di un numero sempre crescente di individui. Un primo compromesso tra i problemi dell’ambiente e quelli dello sviluppo delle attività umane venne trovato nel 1987, quando venne definito per la prima volta il concetto di sviluppo “sostenibile” cioè quello che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri. In termini più concreti ciò significa impegnarsi per preservare l’ambiente e le sue risorse per le generazioni future, lasciando intatte le foreste, conservando il patrimonio della biodiversità , riducendo il tasso di consumo delle risorse energetiche non rinnovabili incrementando al tempo stesso l’uso di quelle rinnovabili. Ne consegue che lo sviluppo sostenibile dovrà essere realizzato trovando un equilibrio tra l’attività umana, le risorse energetiche e materiali disponibili sul Pianeta e le capacità autorigenerative della natura.

Le azioni da intraprendere per raggiungere questo obiettivo sono state concordate in occasione della già citata Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro nel Giugno del 1992 alla quale hanno partecipato 175 Nazioni.

Gli accordi presi durante tale conferenza dai Paesi partecipanti, tra cui ricordiamo l’Agenda 21, presero la forma di tre Convenzioni che impegnarono i Paesi firmatari ad agire in modo comune e coordinato nei confronti di alcuni problemi ambientali di grave portata strettamente collegati a quello dello sviluppo sostenibile . Se nel Nord del mondo si contraggono i carichi ambientali immessi e in parte si assiste a un recupero di funzionalità ambientale,il degrado e l ‘inquinamento ambientale esplodono invece in tutto il Sud del mondo . Nei paesi in via di sviluppo sia la crescita economica che il declino economico si traducono con prepotenza in danno ambientale. In queste aree del mondo e principalmente nelle aree meno dinamiche o in declino peggiora anche la stessa efficienza d’ uso delle risorse.

Nei paesi in via di sviluppo la crescita dei consumi energetici ha in genere sopravanzato la crescita economica e all’ interno dei consumi energetici è cresciuta la componente di combustibili fossili e di combustibili ad alto contenuto di carbonio.

Questo peggioramento è più evidente nelle aree più in crisi quali l’Africa e i paesi dell’ex blocco sovietico ma non risparmia neanche economie dinamiche. Anche se al crescere del tasso di industrializzazione aumenta anche l’efficienza nell’impiego delle risorse, il ritmo dello sviluppo industriale di questi paesi, sommandosi al carico demografico, prospetta problemi sconosciuti all’ evoluzione del sistema industriale occidentale. Particolarmente rilevante è l ‘impatto sulle risorse idriche sia in termini di prelievi che di scarichi. A differenza di quel che succede nei paesi industrializzati dove il carico inquinante subisce una contrazione in tutti i paesi in via di sviluppo le emissioni inquinanti sono in forte accelerazione.

Anche in questo caso la crescita delle emissioni da attività industriali in molti paesi ha un tasso superiore a quello della crescita economica. In alcune aree urbane le rilevazioni disponibili segnalano una contrazione dei livelli di inquinamento atmosferico le cui concentrazioni nelle aree urbane restano però eccezionalmente elevate rispetto ai paesi sviluppati. Mentre sembrano ridursi gli effetti legati al riscaldamento e alla produzione di energia la crescente motorizzazione determina condizioni di inquinamento drammatiche.

Comments are closed.