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Le indagini di paternità su cadaveri esumati: il diritto all’identità biologica prevale sul rispetto della salma

Gli incredibili progressi compiuti dalla medicina legale hanno condotto a scenari un tempo inimmaginabili: può sembrare fantascienza ma oggi è possibile espletare indagini di paternità addirittura su cadaveri esumati, bastando a tale scopo minime quantità di materiale biologico purché non cremato.
Sul piano scientifico sono stati compiuti passi da gigante ma il nostro legislatore non ha seguito il ritmo di questa evoluzione: ad oggi nel nostro ordinamento manca del tutto una disciplina che regoli gli accertamenti genetici sul defunto.

La questione pone infatti interessanti interrogativi sul difficile bilanciamento tra il “diritto all’identità biologica” e la concorrente esigenza di rispetto del defunto.
Già negli anni ’90 il Tribunale Minorile di Salerno sollevò una questione di costituzionalità contestando la normativa italiana che tace sul problema di un’eventuale necessità del consenso dei congiunti al test del DNA sul defunto. La Consulta, investita della questione nel ’98, scelse però di non prendere posizione.
Più di recente, nel 2012, la Cassazione ha finalmente stabilito che “deve escludersi la necessità di consenso dei congiunti per l’espletamento della consulenza tecnica sul DNA della persona deceduta, non essendo configurabile un loro diritto soggettivo sul corpo di quest’ultima, in quanto non è previsto da alcuna disposizione normativa il loro consenso per accertamenti da eseguire per finalità di giustizia”.
Oltretutto l’estrazione del DNA costituisce una misura di minima invasività priva di potenzialità offensiva del sentimento di pietà verso la salma.
Giusto quindi garantire il diritto fondamentale ad essere riconosciuto figlio per chi c’è ancora, anche se questo va contro la riverenza verso chi non c’è più.

Articolo pubblicato su ECO DI BIELLA del 22 dicembre 2014

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