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La sostenibilità ambientale

Gli indicatori di sostenibilità ambientale
Quando parliamo di “crisi ecologica” ci riferiamo inevitabilmente ad un “regresso di cui l’uomo è responsabile” , poiché le sue attività sono diventate ormai insostenibili. L’Istituto Wuppertal (Germania), utilizza il concetto di “spazio ambientale” per indicare quella quantità d’ambiente naturale che gli esseri umani possono utilizzare senza danneggiarne permanentemente le caratteristiche essenziali.

L’ampiezza di tale spazio dipende dalla capacità di carico degli ecosistemi, vale a dire dalla capacità che le risorse naturali hanno di rigenerarsi, nonché dalla quantità di risorse disponibili in natura. Un metodo valido per misurare nel suo complesso la sostenibilità della terra è quello del calcolo della cosiddetta “impronta ecologica”. Essa rappresenta una “traduzione in ettari di superficie terrestre dell’ingombro dell’attività umana” , in altre parole si procede alla quantificazione del suolo utilizzato dall’uomo per l’espletamento delle sue attività, del grado di sfruttamento delle risorse, senza sottovalutare la misura in cui gli scarti sono riassorbibili dall’ambiente.

La sostenibilità ambientale è una caratteristica del territorio, che può essere definita solo per accostamenti , cioè non esiste una misura assoluta, ma semplicemente una serie di definizioni basate sul confronto tra una regione spaziale ed un’altra, oppure tra un’area e se stessa ad intervalli di tempo prefissati. Per tale motivo occorre utilizzare un tool di tecniche di indagine capaci di valutare l’influenza che lo spazio esercita sulle manifestazioni di un dato fenomeno . In altre parole, è necessario individuare un insieme di parametri di sostenibilità, noti con il nome di “indicatori di sostenibilità”, grazie ai quali è possibile ottenere una stima del tipo e della direzione dello sviluppo di un determinato processo produttivo, sia a livello locale sia nazionale.

Gli indicatori di sostenibilità, infatti, sono indici che consentono di definire e valutare, in forma semplice e sintetica, il grado di progresso verso (o di allontanamento da) un obiettivo generale di sviluppo sostenibile, mediante la misurazione di alcune grandezze ritenute significative . È noto che allo svolgimento di un qualsiasi processo reale, di per sé irreversibile, è associata inevitabilmente una dissipazione dell’energia disponibile sotto forma di rifiuti, che sono rilasciati nell’ambiente in una forma estremamente reattiva. Tuttavia, le implicazioni ambientali spesso sono trascurate e considerate delle semplici “esternalità”. Negli ultimi anni, l’attenzione si è focalizzata soprattutto sulla sostenibilità urbana , in particolare modo gli indicatori hanno assunto un ruolo di primissimo piano tra gli strumenti di comunicazione, di analisi e di supporto tecnico e conoscitivo dell’elaborazione di decisioni politiche legate alla sostenibilità locale.

Attualmente si sono sviluppati non solo diversi sistemi di misurazione di fattori chiave legati alla sostenibilità su scala locale, promossi da organizzazioni internazionali come la Commissione per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, l’Agenzia Europea per l’Ambiente, l’Eurostat e l’OCSE, ma anche delle esperienze di semplice monitoraggio e valutazione della performance di piani di gestione sostenibile, a livello urbano, delle autorità locali preposte a tale scopo.

A livello generale possiamo affermare che gli indicatori di sostenibilità si prefiggono lo scopo di informare, comunicare e sensibilizzare la comunità locale sul problema della sostenibilità, predisponendo, allo stesso tempo, un insieme di strumenti tecnici capaci di supportare il processo di monitoraggio del grado di progresso o d’allontanamento dal sentiero dello sviluppo sostenibile.

Per essere considerato “valido” o “buono”, un indicatore di sostenibilità ambientale deve innanzitutto essere capace di “evidenziare in modo semplice e sintetico un andamento tendenziale rispetto ad un obiettivo definito ed essere facilmente interpretabile rispetto ad un benchmark di riferimento” .

Inoltre deve essere semplice da misurare, credibile ed affidabile, in altre parole i suoi dati devono essere riconosciuti come validi dalle istituzioni nazionali ed internazionali competenti. Il percorso attraverso cui si giunge alla definizione degli indicatori è diverso a seconda delle esperienze che vengono analizzate; generalmente si parte dall’individuazione, da parte di un gruppo di esperti in materia ambientale, territoriale, sociale, economica, di un primo set di indicatori, che in un successivo momento viene modificato ed integrato attraverso la consultazione delle autorità locali . Un esempio è rappresentato dallo studio compiuto dall’European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, realizzato utilizzando come quadro di riferimento quello sviluppato nella Carta Europea delle città sostenibili.

L’idea di base è che gli indicatori selezionati devono poter consentire di valutare se un determinato centro urbano stia seguendo o no le direzioni di cambiamento in senso sostenibile, individuate e sottoscritte nella suddetta Carta . Il set di indicatori scelto include indicatori ambientali (clima, acidificazione, tossicità dell’ecosistema, consumo di acqua, consumo di energia), di qualità della vita a livello locale (qualità dell’aria, livello di rumorosità, gestione dei rifiuti, mobilità urbana), sociali, economici e politici (giustizia sociale, sicurezza urbana, sostenibilità economica, qualità degli spazi verdi, livello di partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche).

Le risorse naturali ed il loro sfruttamento: la risorsa idrica
La risorsa idrica, indicata dagli esperti con l’espressione “oro blu” , è una risorsa vitale, poiché essa è indispensabile per tutte le attività umane , è insostituibile e finita e costituisce il patrimonio naturale di ciascuno Stato e dell’intera umanità, considerando che essa non ha frontiere . Tuttavia l’acqua dolce non può considerarsi globalmente scarsa, piuttosto è più giusto affermare che non sia uniformante distribuita su tutto il pianeta in modo coerente rispetto ai bisogni delle diverse popolazioni.

Infatti, all’abbondanza di cui beneficiano molti paesi si contrappone la scarsità che condiziona gravemente lo sviluppo economico di altri e tende a generare forti tensioni tra gli Stati, che in alcuni casi si sono trasformate in veri e propri conflitti armati. Si pensi al caso in cui due o più Stati si ritrovano a dover “dividere” alcune importanti risorse idriche superficiali oppure sotterranee , come nel caso del Rio Grande, che si trova alla frontiera fra gli Stati Uniti d’America ed il Messico, oppure del bacino de La Plata che scorre fra il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay, il Paraguay ed infine la Bolivia. D’altro canto, come sostiene la Banca Mondiale, l’acqua sta assumendo sempre più un’importanza economica , diventando un bene dotato di un proprio valore di mercato, rilevante anche dal punto di vista concorrenziale.

Il mercato internazionale è, infatti, particolarmente interessato agli sviluppi della “monetizzazione” dell’acqua , soprattutto se si considera che tale risorsa non è infinita.

A tal proposito alcuni autori hanno parlato di “water bomb”, espressione utilizzata per indicare la disparità nella ripartizione mondiale delle risorse, la gestione inefficace e distruttiva delle risorse esistenti in natura, la crescita delle fonti d’inquinamento, nonché il continuo aumento demografico . Siamo convinti che l’acqua debba rimanere un “bene sociale” , comune a tutti gli uomini del pianeta, perciò la società dovrebbe fare ogni sforzo per garantire a ciascun individuo un accesso a tale risorsa in misura minima indispensabile per soddisfare i bisogni di ciascuno. Lo squilibrio tra domanda e offerta d’acqua è un fenomeno presente non solo nei paesi sottosviluppati, ma anche nel Mezzogiorno d’Italia, in vaste zone della Spagna e recentemente anche nel Regno Unito.

La crescita demografica e l’espansione dell’agricoltura irrigua sono sicuramente le due principali cause che hanno provocato la forte crescita dei consumi idrici mondiali .

Gli esperti sostengono che nell’ipotesi più ottimistica, verso la metà del prossimo secolo, 51 paesi non saranno più in grado di assicurare la scorta pro-capite di tolleranza di 1.700 mc/anno e in molti casi neanche la scorta di 1.000 mc. . Questi dati sono molto preoccupanti se consideriamo che non si tiene conto del deterioramento delle fonti di approvvigionamento e della riduzione, in alcune aree del pianeta, delle disponibilità idriche a seguito dei cambiamenti climatici o di altre conseguenze dell’effetto serra .

La comunità internazionale, fin dagli anni ’90, ha lavorato allo scopo di trovare delle strategie soddisfacenti per la salvaguardia della qualità e della quantità della risorsa idrica. Il vertice di Rio del 1992 aveva indicato, all’interno dell’Agenda 21, la necessità e l’urgenza dell’adozione di una “politica mondiale dell’acqua” ; il vertice era stato preceduto dalla Conferenza internazionale sull’acqua e l’ambiente, organizzata dalle Nazioni Unite, dal 26 al 31 gennaio dello stesso anno, nell’ambito della quale era stata adottata la Dichiarazione di Dublino sull’acqua nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile .

L’11 marzo 1997, a Marrakech, si è tenuto il primo Forum mondiale dell’acqua, culminato con la Dichiarazione di Marrakech, mentre il 1° settembre dello stesso anno si è svolto a Montréal il 9° Congresso dell’Associazione internazionale delle risorse idriche; il 18 dicembre 1997, a Valenzia, ha avuto luogo, con il sostegno dell’UNESCO, una Conferenza mondiale sulla gestione dell’acqua nel XXI secolo, in cui fu lanciata l’idea di un Tribunale internazionale dell’acqua. Inoltre ricordiamo la Conferenza internazionale su “l’acqua e lo sviluppo sostenibile”, tenutasi a Parigi il 19 marzo 1997 ed il Forum mondiale dell’acqua, che ha riunito all’Aja nel marzo del 2000 più di cento paesi, da cui è scaturito che l’acqua non è un diritto, bensì un bisogno.

Nonostante tanti sforzi, manca ancora un corpus mondiale di regole giuridiche “costituzionali” sopranazionali in materia di tutela della risorsa idrica; mancano delle norme che prevedano delle sanzioni per i trasgressori e, soprattutto, dei soggetti capaci di articolare un’autentica politica mondiale dell’acqua, di controllarne l’applicazione ed il rispetto delle poche convenzioni esistenti . Tuttavia, vi sono diverse zone del pianeta in cui la carenza di acqua non deriva solo dall’inadeguatezza delle politiche ambientali e idriche interne o dall’assenza di accordi multilaterali circa lo sfruttamento delle risorse comuni, ma da un vero e proprio “deficit globale d’acqua dolce” .

Sostanzialmente conosciamo solo due strumenti utili ad incrementare l’offerta globale d’acqua dolce, vale a dire la desalinizzazione e l’importazione d’acqua virtuale da altre regioni idrografiche. Entrambi sono difficili da attuare; il primo trova un grosso limite negli elevati costi di realizzazione e d’esercizio degli impianti, considerando che la scarsità d’acqua e la povertà sono spesso due fenomeni strettamente correlati. L’importazione di acqua virtuale, invece, è condizionata sia dalla capacità, da parte dei paesi che beneficiano di una relativa abbondanza di risorse idriche, di sostenere la domanda di prodotti da parte dei paesi deficitarii, sia dalla capacità di questi ultimi di sviluppare un flusso di esportazioni tale da assicurare l’equilibrio della bilancia dei pagamenti .

Sono convinta che occorre spostare la nostra analisi dall’acqua “come risorsa accessibile” all’acqua “come diritto umano” , vale a dire come diritto fondamentale che appartiene alla persona umana in quanto tale, in virtù della sua natura e della sua dignità, piuttosto che un bisogno da soddisfare su base esclusivamente commerciale.

Naturalmente, intendendo il diritto all’acqua come diritto umano, inevitabilmente ci muoviamo nell’ambito di norme valide erga omnes, che implicano la responsabilità per la loro tutela da parte dei Governi nei confronti di ogni essere umano, indipendentemente dalla sua cittadinanza. Un approccio basato sui diritti umani si fonda, non soltanto sui principi di non discriminazione e di partecipazione , che si traducono in una particolare attenzione al processo decisionale da cui scaturiscono le norme in materia idrica, ma soprattutto sul riconoscimento dell’acqua come bene comune dell’umanità, che spinge alla “cooperazione verso una politica dell’acqua che dà priorità alle persone povere e a quelle che vivono in aree dotate di risorse scarse”.

La minaccia alla diversità biologica
Con il termine “biodiversità” si vuole indicare la “variabilità tra organismi viventi provenienti da qualsiasi fonte, compresi, tra gli altri, gli ecosistemi terrestri, marini o comunque acquatici e i complessi ecologici di cui fanno parte; ciò comprende la diversità all’interno di una singola specie, fra specie diverse e tra ecosistemi”.

La biodiversità, che costituisce il “patrimonio comune dell’umanità”, è sottoposta ad un processo d’erosione genetica, consistente nella perdita di informazioni genetiche all’interno di una determinata specie , provocato soprattutto dall’iperspecializzazione delle produzioni agricole, ma anche dall’assenza di politiche adeguate di raccolta, conservazione e riproduzione di germoplasma di piante e animali in via d’estinzione. Basti pensare alla diffusione delle monocolture, alla scomparsa delle paludi o alle foreste primitive e tropicali.

La perdita di biodiversità provoca nell’agricoltura una perdita irreversibile del patrimonio genetico a disposizione delle generazioni future e, di conseguenza, anche l’estinzione di moltissime specie, che inevitabilmente compromette la stabilità degli ecosistemi dai quali dipendono gli esseri umani . È in quest’ottica che si comprende la necessità di una “biodiversità sostenibile”, che consisterebbe nell’uso corretto delle risorse biotiche tale da lasciarle integre per le generazioni future.

La rigenerazione, infatti, che costituisce il cuore della vita, rappresenta il principio guida delle società sostenibili, poiché non può esserci sostenibilità senza la rigenerazione delle risorse naturali. Le terre, le foreste, gli oceani e l’atmosfera sono stati colonizzati, erosi ed inquinati , per cui gli uomini sono alla ricerca di nuove colonie da invadere e sfruttare. Si tratta di un particolare tipo di conquista, l’appropriazione, attraverso l’utilizzo della tecnologia dell’ingegneria genetica, della vita degli organismi viventi, i quali, trattati come delle semplici macchine, cessano di autorganizzarsi e rigenerarsi Il problema della minaccia alla biodiversità è stato per molto tempo sottovalutato e considerato un semplice costo non prioritario della spesa pubblica.

La società moderna industriale non ha, infatti, il tempo di occuparsi della rigenerazione, di conseguenza rinuncia a priori alla possibilità di vivere in modo rigenerativo, provocando in tal modo gravi danni alla sostenibilità e all’ambiente . Sarebbe, invece, opportuno focalizzare l’attenzione e anche gli investimenti su un’agricoltura sostenibile, basata sul riciclaggio dei “nutrienti” del suolo, grazie ai quali le piante si nutrono ed il suolo rimane fertile e ricco. Non a caso la desertificazione , che consiste nel degrado delle terre delle zone aride, semi-aride e subumide secche, ha sempre costituito l’indicatore dei cicli interrotti della fertilità del suolo. La desertificazione costituisce, infatti, una delle cause della degradazione dei suoli, vale a dire dell’abbassamento della capacità corrente e futura dei suoli nel produrre beni e servizi.

Con l’espressione “degrado delle terre” solitamente s’intende la “diminuzione o la scomparsa, nelle zone aride, semi-aride e subumide secche, della produttività biologica o economica e della complessità delle terre coltivate non irrigate, delle terre coltivate irrigate, dei percorsi dei pascoli, delle foreste o delle superfici boschive in seguito all’utilizzazione delle terre o di uno o più fenomeni (…) dovuti all’attività dell’uomo e ai suoi modi di insediamento, tra i quali: l’erosione del suolo provocata dal vento e/o dall’acqua, il deterioramento delle proprietà fisiche, chimiche e biologiche o economiche dei suoli e la scomparsa a lungo termine della vegetazione naturale”.

La diversità biologica, che trova la sua massima espansione nella fascia tropicale, dove sono concentrati i paesi del Terzo Mondo, è minacciata anche da altri due fattori. Innanzitutto dalla distruzione degli habitat provocati dai megaprogetti finanziati a livello internazionale, come la costruzione di dighe, autostrade o miniere in aree ricche di biodiversità, ma anche dalla forte pressione economica e tecnologica a sostituire la diversità con l’omogeneità nella silvicoltura, nell’agricoltura, nella pesca e nell’allevamento degli animali.

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