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Il richiamo delle origini: l’ancestrale bisogno di conoscere l’identità biologica

“Chi sono?” “Da dove provengo?” “Perché sono fatto così?” sono domande che tutti, almeno una volta, ci siamo posti.
L’ancestrale bisogno di risposte, di conoscenza, di radici è presente in ogni essere umano. Per chi è stato adottato, però, rischia di trasformarsi in un’ossessione che pulsa per tutta la vita.

Considerando queste implicazioni psicologiche ed esistenziali, che vanno ben oltre le norme tecniche del diritto, la Corte Costituzionale con sentenza 278/2013 ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 28, 7° comma, della legge sulle adozioni n. 184/1983 nella parte in cui non prevede che il giudice, su richiesta del figlio, possa interpellare la madre rimasta anonima al momento del parto per l’eventuale revoca del segreto.
La questione è spinosa: da un lato l’anonimato materno in funzione preventiva dell’aborto, dell’infanticidio o dell’abbandono neonatale in condizioni di degrado, dall’altra l’atavico bisogno di conoscere le radici per recuperare i vari “pezzi” dell’io.
“L’ardua sentenza” spetta al legislatore che deve disciplinare con legge le modalità per interpellare la madre anonima, senza delegare la questione agli organi giurisdizionali con il rischio che una materia così delicata sia lasciata alla prassi giudiziaria, diversa in ogni Tribunale.
Basti sapere che sul tema, la Corte d’Appello di Milano ha cautelato l’anonimato materno decidendo in modo opposto ai Tribunali di Firenze e Trieste, ove invece si è stabilito di cercare la madre biologica.
Può l’insopprimibile bisogno di risalire alle origini essere negato a seconda del Tribunale adito, scelto in base alla competenza territoriale? Può la sorte di risiedere in una regione piuttosto che in un’altra determinare discriminazioni?
Se la legge è uguale per tutti, l’ultima parola spetta al legislatore.

Articolo pubblicato su ECO DI BIELLA 22 giugno 2015

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