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I principi guida dello sviluppo sostenibile

La sostenibilità e lo sviluppo
Nonostante le importanti acquisizioni scientifiche relative alle nuove tecniche di tutela ambientale, permangono tuttora forti preoccupazioni circa la tenuta degli ecosistemi e la possibilità di garantire alle generazioni future un’adeguata qualità della vita.

È in questa chiave che si comprende l’esigenza di una sostenibilità ambientale, o meglio di uno sfruttamento sostenibile della terra e soprattutto delle sue risorse.

In particolare, si può definire sostenibile la gestione di una risorsa solo se, una volta costatata la sua capacità di riproduzione, non si eccede nel suo sfruttamento oltre una determinata soglia.
Naturalmente ci riferiamo a quelle risorse naturali che sono rinnovabili, ovvero hanno la capacità di riprodursi o rinnovarsi, come ad esempio gli alberi o i pesci , anche se è possibile sfruttare le risorse non rinnovabili in maniera “quasi sostenibile”, graduandone la velocità di sfruttamento in base ad un corretto confronto con la velocità di creazione di sostituti rinnovabili.

Herman Daly , creatore della teoria economica dello stato stazionario , ritiene che la gestione delle risorse naturali si basi principalmente su due principi cardini di sviluppo sostenibile : il primo consiste nel fatto che “la velocità del prelievo dovrebbe essere pari alla velocità di rigenerazione (rendimento sostenibile); il secondo, che la velocità di produzione dei rifiuti dovrebbe essere uguale alle capacità naturali di assorbimento da parte degli ecosistemi in cui i rifiuti vengono emessi”.

Il problema è come si possa calcolare la soglia oltre la quale il sistema tracolla, considerando che non è noto il grado d’elasticità di molti ecosistemi, cioè il limite oltre il quale essi si degradano in modo irreversibile.

Inoltre occorre considerare l’emergere di fattori tecnologici imprevisti che permettono di abbandonare l’uso di una risorsa in via d’esaurimento oppure di ridurne drasticamente il consumo.

Il concetto di sostenibilità, derivante dal verbo “sostenere” che significa supportare, sembra solo apparentemente molto chiaro, ma in realtà non lo è affatto, non solo per l’oggettiva complessità dei meccanismi di funzionamento dei singoli sistemi naturali, ma soprattutto perché allo stato attuale le conoscenze sono ancora troppo scarse per garantirci la certezza di una sostenibilità all’intero sistema naturale.

Per fare maggiore chiarezza, riteniamo utile sostituire il termine “sostenibile” con due aggettivi, “razionale” e “duratura”, qualità queste che sono fondamentali per la sostenibilità dello sviluppo.

Razionale, infatti, deve essere la crescita economica, la quale deve necessariamente basarsi non più sullo sfruttamento irrazionale del capitale naturale, bensì esclusivamente “sugli interessi prodotti dai sistemi naturali”.

Il termine “duraturo”, invece, sta ad indicare la capacità di durata nel tempo dello sviluppo economico, tale da non intaccare le possibilità rigenerative dei sistemi naturali e, soprattutto, le loro capacità ricettive alla produzione di scarti dovuti al nostro sottosistema produttivo.

Basti pensare che quanto più velocemente si consumano le risorse e l’energia disponibile nel pianeta, tanto minore sarà il tempo che rimane a disposizione per la sopravvivenza dell’uomo e di tutte le specie naturali.

Lo sviluppo sostenibile e il capitale naturale
Il concetto di sostenibilità ha una portata molto ampia, dovuta al fatto che esso trova le sue radici in tre giudizi di valore: l’uguaglianza di diritti per le generazioni future, la trasmissione fiduciaria di una natura intatta e, infine, la giustizia internazionale.

La sostenibilità, infatti, è legata non solo al diritto delle generazioni future di usufruire delle risorse della Terra, avendo loro uguali diritti a quelli delle attuali generazioni, ma, all’interno di una stessa generazione, deve vigere un equilibrio di interessi tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo.

Tuttavia, la trasmissione di una natura integra e sana, del nostro pianeta alle popolazioni future, è oggetto di un delicato dibattito a livello internazionale, dal quale si sono create due posizioni dominanti, entrambe influenzate dall’economia mondiale. Secondo alcuni, alle generazioni future deve essere consegnato un “pacchetto di benessere”, costituito da una somma totale di capitale materiale e di capitale naturale. In caso di danneggiamento dei fondamenti naturali della vita , la sostenibilità, che chiameremo “debole”, viene raggiunta solo se si garantisce un aumento reale dei beni prodotti.

È evidente, quindi, che anche gravi danni irreversibili potranno facilmente trasformarsi in “sostenibili”, purché il capitale prodotto crei un conseguente benessere generale .

Questa posizione, strettamente economicistica e, quindi, insostenibile, si oppone a quella che può essere definita a “sostenibilità forte” , la quale partendo dal concetto di “capitale naturale costante”, riconosce la sostituzione del capitale naturale con quello materiale in misura limitata e con l’obbligo di astenersi dal provocare gravi danni materiali irreversibili.

Le nuove teorie dello sviluppo sostenibile e dell’ecological economics ci impongono non più un’economia basata sui parametri “lavoro” e “capitale”, piuttosto un’economia ecologica , la quale si fonda su tre parametri: il lavoro, il capitale naturale ed il capitale prodotto dall’uomo.

Poiché il capitale naturale e quello prodotto dall’uomo sono due parametri sostanzialmente complementari, possiamo tranquillamente considerarli interscambiabili, con il limite che non possono sostituirsi l’uno all’altro.

A questo punto occorre domandarsi quale sia il fattore limitante, vale a dire è necessario individuare quale dei due sia disponibile in misura minore.

È evidente che siamo passati da un mondo ricco di “capitale naturale” e scarso di “capitale prodotto dall’uomo”, ad un altro che, al contrario, è povero di “capitale naturale” ma ricco di “capitale prodotto”.

Di conseguenza lo sviluppo sostenibile richiede innanzi tutto che il capitale naturale rinnovabile sia mantenuto intatto, inoltre che sia fondamentale investire nel capitale naturale e nella ricerca scientifica sui cicli biogeochimici globali, che costituiscono la base stessa della biosfera.

Tuttavia tali presupposti non bastano a garantire un futuro sostenibile, se non sono accompagnati da un’equa ripartizione delle ricchezze e delle risorse naturali tra i popoli e un più efficace controllo demografico delle nascite.

La dimensione sociale dello sviluppo sostenibile
La dimensione sociale, che costituisce uno dei tre elementi cardine dello sviluppo sostenibile, è stata fino ad oggi trascurata all’interno del dibattito nazionale ed internazionale, il quale, invece, si è ridotto al problema della salvaguardia degli ecosistemi pregiati e della qualità ambientale nelle nostre città.

Affinché si possa parlare di sviluppo sostenibile, infatti, occorre considerare non solo i fattori economici, ma soprattutto quelli sociali ed ecologici, in altre parole è necessario preoccuparsi del modo in cui la biosfera viene utilizzata dall’uomo allo scopo di trarne i maggiori vantaggi, pur mantenendo costante il potenziale naturale indispensabile per soddisfare i bisogni delle generazioni future.

È evidente, quindi, che la sociologia s’interessa principalmente dell’integrazione tra la conservazione delle risorse viventi e lo sviluppo, perché in assenza di tale prerogativa sarà in sostanza impossibile far fronte ai bisogni d’oggi, senza necessariamente precludere quelli di domani.

Solo delle condizioni ecologiche, ambientali, sociali e, soprattutto, etiche, potranno permettere allo sviluppo di produrre benefici e benessere, limitando al minimo gli effetti indesiderati, attraverso una gestione razionale dei cambiamenti cui il pianeta viene sottoposto.

Lo sviluppo sostenibile, infatti, esige che siano soddisfatti i bisogni primari di tutti gli uomini, perché tutti devono poter avere la possibilità di realizzare le proprie aspirazioni verso una vita migliore.

Di conseguenza lo sviluppo per essere sostenibile deve indiscutibilmente pretendere la promozione di quei valori che siano capaci di favorire degli standard di consumo entro i limiti delle possibilità ecologiche, ai quali tutti possono aspirare.

Il valore sociale più importante è rappresentato dall’equo accesso alle risorse limitate da parte di tutti i popoli del mondo, senza alcuna discriminazione d’ordine economico fra i Paesi in via di sviluppo e quelli industrializzati.

Infatti, uno sviluppo sostenibile non si verificherà mai, finché nel mondo esisteranno ancora milioni di persone prive delle condizioni minime per sopravvivere, mi riferisco al cibo, alla salute e alle risorse, e persisterà il consumo sfrenato e irrazionale delle risorse naturali da parte dei paesi più ricchi.

La dimensione sociale dello sviluppo sostenibile sembra attualmente un patrimonio di pochi, considerando che le iniziative in tal senso sono ancora sporadiche, mancando, infatti, un’azione politica unica e forte sia a livello nazionale che nell’ambito dell’Unione Europea.

Le poche iniziative sono il frutto delle strategie adottate da singole imprese, le quali si sono impegnate in programmi socialmente consapevoli, in modo completamente spontaneo, allo scopo di migliorare l’efficienza e di ridurre i rischi del processo di produzione e di distribuzione dei beni.

Altre società, per contro, sono state oggetto di boicottaggio da parte dei consumatori, i quali sono sempre più attenti e informati circa l’attenzione che le grandi aziende commerciali danno alle implicazioni sociali e ambientali delle proprie attività.

Basti pensare alla negativa pubblicità legata a quelle aziende internazionali che si sono viste coinvolte in attività poco onorevoli, come lo sfruttamento del lavoro minorile nei paesi del terzo mondo o incidenti che hanno provocato un grave inquinamento , dovuto sicuramente ad una cattiva valutazione del rischio ambientale.

Per questo motivo, molte società considerano sempre più importante valutare, nell’ambito delle proprie scelte strategiche, gli aspetti relativi allo sviluppo sostenibile ed in particolar modo quelli inerenti al sociale e all’ecologia.

Negli ultimi anni, soprattutto a livello internazionale, si è consolidata la prassi che prevede l’utilizzo di “premi” come strumento d’incentivo ai comportamenti virtuosi in materia di sviluppo sostenibile , a vantaggio di chi, mediante la propria attività, persegue l’obiettivo della qualità ambientale e dello sviluppo sostenibile in modo chiaramente innovativo.

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