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Gli strumenti per un futuro sostenibile

Il trasferimento delle nuove tecnologie
Con il termine “tecnologia ambientale” si fa generalmente riferimento alle “tecniche atte ad evitare la comparsa di sostanze inquinanti nei processi di produzione e lo scarico di sostanze inquinanti alla fine di questi processi, a nuovi materiali, al Know-how ecologico, a processi di fabbricazione che risparmiano energia o risorse e a nuovi metodi di lavoro.

In altre parole, la tecnologia ambientale si riferisce a tutte le attività che producono beni e servizi che mirano a misurare, prevenire, limitare o correggere i danni provocati all’ambiente e i problemi relativi ai rifiuti, all’inquinamento acustico e agli ecosistemi. Questa svolge un ruolo fondamentale per il raggiungimento dello sviluppo sostenibile, poiché permette di migliorare la crescita economica, attraverso la riduzione dei costi di protezione dell’ambiente, e di salvaguardare le risorse naturali e l’ecosistema nel suo complesso.

Purtroppo la mancanza delle risorse finanziarie, la carenza di informazioni sull’utilizzo di nuove tecnologie, l’assenza di competenze necessarie, nonché gli alti costi d’innovazione hanno comportato la presenza di molti ostacoli alla realizzazione della tecnica ambientale. Nonostante ciò, nei paesi sviluppati si è realizzata una riduzione assoluta dei carichi ambientali.

Infatti, le emissioni atmosferiche si sono uniformemente e costantemente ridotte , mentre i consumi di fertilizzanti e pesticidi sono diminuiti, in valore assoluto, per ettaro coltivato e per tonnellata di prodotto. I prelievi idrici si sono ridotti o stabilizzati, è diminuito il carico inquinante rilasciato nei corpi idrici, nelle acque sotterranee e in mare, ed anche la quantità di rifiuti destinata allo smaltimento si è stabilizzata o ridotta.

Nei paesi industrializzati l’inversione di tendenza è evidente ed è oggi guidata, non solo dalla normativa ambientale e dagli strumenti fiscali, ma anche dal mercato e dagli orientamenti dei consumatori. Nella gran parte delle regioni dei paesi sviluppati e soprattutto nel corso di questo decennio è cambiata la qualità del “problema ambientale” e del “conflitto ambientale”. Gli scarichi idrici e atmosferici e lo stesso smaltimento dei rifiuti non costituiscono più un’emergenza e un rischio ambientale, tanto che il tema fondamentale non è più contenere i danni ma migliorare la qualità. Pur con molte eccezioni e con diversa efficacia, la maggiore efficienza ambientale della produzione e la realizzazione di una rete di infrastrutture ambientali hanno consentito di spostare l’attenzione sulla qualità ambientale dei consumi, del territorio e dell’ambiente urbano.

La sfida ambientale si è spostata sul campo delle politiche urbanistiche, sul traffico urbano, sulla creazione di infrastrutture nel territorio, sulla qualità dell’alimentazione, sulla tutela del paesaggio e sul ripristino degli ambienti verdi e naturali.

Nei Paesi in Via di Sviluppo la situazione è ben diversa; per le economie del Sud l’unico modello di sviluppo possibile è nel perseguimento di un’idea di crescita legata all’ambiente dalla parte dei più dei poveri e priva di tutte le fasi della rivoluzione industriale, poiché in questo momento storico l’uso dei combustibili fossili è in declino. Proprio per tale ragione le economie che un tempo erano considerate stagnanti si trovano in una posizione favorevole poiché, non essendo limitate da un’industrializzazione di vecchio stile, hanno la possibilità di “saltare” nell’era “post-combustibili fossili”, evitando gli stili di consumo e di produzione a elevato impiego di risorse del mondo industrializzato.

Per le economie del Sud, la sfida è quella di avviarsi verso un modello di crescita che sia dalla parte dell’ambiente, ma anche dei poveri, senza dover attraversare tutte le fasi della rivoluzione industriale, come è stato per i Paesi del Nord. In questo momento storico in cui l’uso dei combustibili fossili è in declino, le economie che un tempo erano considerate stagnanti si trovano ora in una posizione favorevole in quanto, non essendo limitate da un’industrializzazione di vecchio stile, hanno la possibilità di entrare nell’era “post-combustibili fossili”, evitando gli stili di consumo e di produzione a elevato impiego di risorse del mondo industrializzato.

Per esempio, i Paesi del Sud affrontano decisioni importanti per introdurre e mettere a punto infrastrutture, come i sistemi energetici, di trasporto e di comunicazione, la cui introduzione e mantenimento nei Paesi industrializzati hanno causato una riduzione delle risorse del pianeta . Oggi molti Paesi del Sud hanno ancora la possibilità di aggirare questo corso insostenibile optando, senza ulteriori deviazioni, per infrastrutture che permetterebbero loro di mettersi lungo una traiettoria a bassa emissione e a lieve impatto sulle risorse. Investire in infrastrutture come ferrovie efficienti, produzione decentrata di energia, trasporti pubblici, sistemi di scarico non inquinanti, irrigazione superficiale, potrebbe portare un Paese verso modelli di sviluppo più puliti, meno costoso e più equi . Non c’è bisogno di specificare che tale scelta non è principalmente tecnica ma culturale, e che richiede di prevedere dei modelli di ricchezza diversi da quelli del Nord.

Nel corso dei secoli molte di queste comunità hanno sviluppato complessi ed ingegnosi sistemi istituzionali e normativi che disciplinano le proprietà e l’uso delle risorse naturali in modo da non alterare l’equilibrio tra la loro estrazione e la loro conservazione. In tale contesto, sostenibilità significa più che altro assicurare alle comunità il diritto alle proprie risorse nonché alle proprie culture.

I diritti democratici e la produttività delle risorse sono particolarmente legati tra loro quando si tratta di popoli che vivono dell’ecosistema. Per il loro sostentamento tali comunità devono compiere degli sforzi per aumentare la produttività di tutte le componenti del villaggio eco-sistemico, dal pascolo alle foreste, dalle colture ai sistemi idrici fino all’allevamento degli animali. La speranza per i PVS ma anche per i Paesi ricchi del Nord del mondo è rappresentata dalle fonti d’energia rinnovabili. Il concetto di sostenibilità ha la sua radice nel corretto uso delle risorse e, tra queste, di fondamentale importanza è l’energia, che permea tutti i settori dell’attività umana.

La disponibilità d’energia, il costo e l’impatto che le scelte energetiche causano all’ambiente sono tra i fattori che influenzano lo sviluppo di una comunità. Attualmente, alla base del costo di una fonte energetica, incidono unicamente la sua relativa disponibilità e gli oneri per renderla disponibile sul mercato. Mancano completamente tutti i costi aggiuntivi dovuti alle ricadute ambientali dovuti al suo utilizzo. Questo comporta che, ad esempio, le fonti energetiche da fonte fossile risultino ancora poco costose e conseguentemente vengano utilizzate ampiamente. È peraltro noto che tali fonti, oltre ad essere disponibili solo per tempi limitati , comportano decisi impatti negativi sull’ecosistema.

Le scelte energetiche devono quindi essere dettate da due principi: l’uso razionale dell’energia e l’impiego di fonti rinnovabili, principi uniti assieme dal collante del risparmio energetico . L’uso sostenibile dell’energia dovrebbe diffondersi con alla base i concetti del risparmio energetico, perché, qualunque sia la fonte di energia, uno spreco è sempre negativo; si devono perciò intraprendere azioni volte al risparmio energetico, non soltanto per risparmiare i combustibili fossili, ma per ridurre i consumi. Il risparmio interessa tutta la filiera energetica, dalle abitazioni, all’illuminazione, ai riscaldamenti, al funzionamento dei mezzi di trasporto. L’uso razionale dell’energia, abitualmente correlato al concetto di risparmio energetico, deve essere inteso come migliore sfruttamento delle risorse in rapporto alla finalità del loro utilizzo. Si deve infatti pensare che l’energia può essere trasformata, a fronte di perdite, da una forma all’altra ad esempio, una centrale idroelettrica permette di trasformare un’energia potenziale in elettricità.

Ad ogni forma di energia dovrebbe sempre essere associato un indicatore di qualità: questa sarà tanto più elevata quanto minori saranno le perdite per la sua conversione in altre forme. In questo senso l’energia elettrica rappresenta il valore massimo, mentre il calore, in forma del quale si presentano le perdite, è la forma più degradata. Un uso razionale dell’energia significa quindi utilizzare tutte le fonti impiegando al meglio le loro potenzialità.

Nell’ottica di un uso intelligente delle risorse energetiche si colloca lo sfruttamento delle risorse rinnovabili. Queste, almeno allo stato attuale della tecnologia, non possono sostituire totalmente i prodotti petroliferi, ma possono proficuamente rimpiazzarli o integrarli in diverse applicazioni. La caratteristica principale delle fonti rinnovabili è la loro dispersione: questa è contemporaneamente punto di forza, in quanto in tutte le località si possono sfruttare l’energia solare ed eolica, ed elemento limitante, in quanto la “concentrazione” di energia è ridotta.

Per meglio utilizzare le fonti rinnovabili, però, anziché realizzare grandi impianti che prevedono strutture molto ampie e costose è opportuno orientarsi su una produzione di più modesta taglia, con un utilizzo diretto, nelle zone più idonee.

L’energia rinnovabile deve essere prodotta ed utilizzata sul posto evitando le perdite, i costi e le incidenze sull’ambiente per il trasporto. Un notevole impegno deve essere profuso nella ricerca delle soluzioni migliori per ogni singola fonte. Infine è interessante sottolineare una peculiarità degli impianti alimentati da energie rinnovabili: l’utilizzo delle fonti energetiche sempre disponibili localmente consente di evitare “black out” improvvisi dovuti all’impossibilità dei rifornimenti o al danneggiamento delle reti di distribuzione.

Nuovi investimenti per lo sviluppo sostenibile
Sappiamo che l’uomo, per sopravvivere, ha bisogno di acqua, sostanze nutritive, aria e suolo, beni questi che sono depositati nell’ambiente naturale e che l’uomo preleva servendosi di particolari strumenti e tecniche. Il valore di tali beni è dato dal rapporto fra la loro disponibilità ed il desiderio dei consumatori di poterne disporre, per cui, quanto più un bene è raro ed è richiesto, tanto più vale.

Questo procedimento logico ed economico non tiene certamente conto delle esternalità negative, vale a dire del danno che l’attività produttiva provoca alla società: inquinamento, malattie professionali, consumo del suolo, perdita della diversità biologica. In altre parole, un’esternalità negativa costituisce un danno procurato a terzi da un soggetto nel corso della propria attività, senza che preesistesse un accordo da parte di questi di assumerlo e senza che avvenga una compensazione economica a posteriori.

In pratica avviene questo: un’impresa preleva, a costo zero, aria pulita dall’ambiente, immettendovi sostanze dannose alla salute umana, senza risarcire in alcun modo la parte di popolazione che si ammala a causa dei fumi. L’impresa dovrebbe, invece, introdurre dei filtri alla combustione che gli farebbero però aumentare i costi di produzione, per cui egli si vedrebbe costretto ad aumentare i prezzi, perdendo di conseguenza una parte di possibili clienti.

È evidente che l’impresa, non trovando alcun vantaggio, continuerà ad inquinare.

Il caso che abbiamo citato rappresenta un esempio di danno che ricade su tutta la società, ma del quale nessuno risponde. Negli ordinamenti occidentali, nei quali la libertà economica è garantita dalla Costituzione, in assenza di uno specifico divieto, ogni azione imprenditoriale deve essere consentita; si tende a contenere al massimo i divieti; si limitano le attività dei privati solo quando sia assolutamente dimostrato che queste possono pregiudicare rilevanti interessi pubblici. La prassi di tali ordinamenti è stata quella di non vietare quasi mai radicalmente una certa attività, ma di consentirla quasi sempre attraverso la clausola del “sì condizionato”.

In altri termini, si autorizza lo svolgimento di una determinata attività purché si osservino determinate cautele imposte dalle autorità competenti oppure non si arrechi danno ad interessi privati e pubblici. Un modo per limitare le esternalità è quello di limitare il prelievo e le emissioni, superati i quali l’imprenditore incorre in multe e sanzioni sia amministrative che penali molto gravi. Visto che un’economia di mercato sopporta poco gli standard imposti dalla legge, limitando questi fortemente l’autonomia delle imprese e alimentando enormi apparati burocratici al fine di garantirne i controlli, il legislatore ha preferito varare delle particolari forme di agevolazioni e sussidi , allo scopo di indurle a introdurre spontaneamente delle misure di abbattimento delle emissioni inquinanti.

Recentemente viene utilizzato anche lo strumento delle “tasse ambientali”, sotto diverse forme: quelle sulle emissioni e quelle sui prodotti, i canoni per il servizio reso e i depositi cauzionali. Si è pensato ad introdurre queste misure perché i costi di depurazioni variano da impresa a impresa, per cui è più conveniente spingere a depurare quelle imprese che hanno bassi costi di depurazione e far pagare una penalità a quelle che, invece, hanno costi molto alti.

Di conseguenza, si fissa una tassa per unità di inquinamento emesso, aria o acqua, ed ogni impresa potrà scegliere se pagare la tassa, moltiplicata per le unità versate, oppure se depurare . C’è chi ha ravvisato una sorta di ambiguità nello strumento della tassazione , poiché la riduzione delle emissioni di uno Stato tassato può essere controbilanciata dall’effetto di un movimento di capitali verso quei paesi che hanno minori restrizioni ambientali.

In altri termini, imporre una tassa sulla produzione di un bene comporta inevitabilmente l’aumento del prezzo del bene stesso , quindi una diminuzione della remunerazione dei fattori, nonché una conseguente fuga di capitali verso i paesi con remunerazioni più elevate ed un aumento della produzione inquinante di questo paese . Chiaramente tutto ciò comporta che i paesi con un reddito elevato tenderanno ad imporre tasse ambientali molto stringenti, mentre i paesi in via di sviluppo, allo scopo di attirare capitali stranieri, tenderanno ad evitare una severa politica ambientale, permettendo alle industrie di inquinare indisturbate. Tuttavia, occorre dire che le imprese che accettano di modificare il proprio assetto produttivo in modo ecologico non ottengono alcuna agevolazione assicurativa.

Ci sembra, invece, prevedibile che un’azienda, che paga ingenti premi assicurativi per risarcire eventuali danni causati all’ambiente, desideri monetizzare l’impegno dimostrato nel ridurre sia l’entità degli impatti, sia la possibilità che si verifichino incidenti. Si potrebbe, inoltre, pensare ad una riduzione fiscale per quelle imprese che dimostrano con i fatti e con il proprio capitale di impegnarsi nell’abbattimento dei danni causati all’ambiente, ovvero di ridurre i costi sociali (ad esempio l’inquinamento) che erano precedentemente a carico della società.

Uno strumento capace di creare un vero e proprio mercato è quello dei “diritti a inquinare” , in base al quale l’impresa meno inquinante può vendere i suoi i suoi diritti a quella tecnologicamente più arretrata oppure ad un’azienda di nuova costituzione.

Tale soluzione è stata adottata dal Protocollo di Kyoto, sulla base del fatto che l’effetto serra è un fenomeno globale, quindi “non è rilevante in quale paese avvengano le emissioni, ma è importante invece il volume complessivo delle emissioni”. Il Protocollo prevede, infatti, la cosiddetta implementazione congiunta, vale a dire il commercio delle riduzioni di emissioni nocive concordate, che consente ai paesi più inquinanti di comprare delle quote di riduzione da altri paesi.

Equa distribuzione delle ricchezze
La “crisi ecologica” è sicuramente sinonimo anche di una distribuzione squilibrata delle risorse naturali. Da sempre la natura è stata generosa con tutti gli uomini in maniera diversificata, tanto che la disponibilità di risorse naturali solo in parte costituisce il frutto di una distribuzione che l’uomo ha ereditato in origine, poiché è soprattutto il prodotto non solo di modifiche che l’uomo ha compiuto nei secoli in cui ha colonizzato l’ambiente naturale, ma anche di precise scelte politiche ed economiche compiute dagli Stati nel corso della storia. Naturalmente, considerando che anche i sistemi ecologici sono dotati di una propria inerzia, gli effetti della distribuzione delle risorse nel passato finiscono per pesare sulle generazioni future. Se pensiamo alla concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera, ci rendiamo facilmente conto che si tratta di un processo iniziato circa 200 anni fa, che impiegherà molto tempo a rientrare, sempre che vengano applicate in tempi molto brevi delle misure più restrittive sulle emissioni.

Alcune aree del nostro pianeta sono state sottoposte ad un irrazionale prelievo di risorse naturali, mentre altre hanno addirittura subito un ammasso di rifiuti tale da rischiare il tracollo non solo dell’ecosistema, ma anche della popolazione che ci vive. Alcuni autori utilizzano l’espressione “ingiustizia ambientale” per descrivere ad esempio quelle situazioni in cui si verifica una concentrazione di rifiuti tossici nelle zone abitate da popolazioni socialmente discriminate.

Esistono alcuni aspetti che differenziano la sostenibilità nei paesi in via di sviluppo rispetto ai paesi avanzati rendendo le problematiche esistenti più rilevanti ed esasperando la necessità di un intervento deciso per la tutela dello sviluppo. Il problema della distruzione delle risorse naturali è talvolta più pericoloso nei Pvs specie in ambito rurale dove le condizioni di vita, peraltro di sussistenza, sono spesso legate alla possibilità di accedere direttamente alle risorse naturali: dalle attività di caccia e pesca all’utilizzo della vegetazione per il sostentamento del bestiame alla presenza di acqua non inquinata per uso domestico, per fare alcuni esempi. La distruzione del patrimonio naturale può significare in simili casi danneggiare non solo la sostenibilità dello sviluppo impoverendo lo stock di risorse naturali, ma mettere le popolazioni locali più bisognose in serie difficoltà per il loro sostentamento quotidiano. In questi paesi la problematica della sostenibilità è quanto mai urgente e determinante.

Da un lato, come abbiamo accennato, le considerazioni relative all’equità intragenerazionale ci pongono di fronte una realtà molto distante dalla nostra la cui sostenibilità è estremamente delicata. L’aumento della popolazione, che si riscontra nella maggioranza dei Pvs rende inoltre la questione più complessa, in quanto le variazioni nel rapporto tra uomo ed ecosistema ci pongono di fronte a nuovi aspetti del problema.

Le nuove teorie dello sviluppo sostenibile ci pongono davanti all’idea di un’economia non più basata su due parametri, il lavoro e il capitale, ma su un’economia ecologica che riconosce l’esistenza di tre parametri, il lavoro, il capitale naturale e il capitale prodotto dall’uomo. Secondo una valida teoria degli studiosi Daly e Cobb esiste un conflitto tra l’uso del potenziale dell’ecosistema terrestre da parte della specie umana e delle specie naturali ed artificiali che con essa convivono (le piante coltivate, gli animali da allevamento, ma anche i macchinari e le automobili) e i fabbisogni di tutto il resto del mondo vivente . L’espansione demografica conosciuta dalla nostra specie in questo secolo deve essere considerata con attenzione.

Senza giungere a conclusioni catastrofiche, è bene tenere presente questi aspetti per comprendere il significato della diversità biologica e dell’importanza che essa ricopre nella vitalità dell’intero pianeta. Le vaste aree esistenti un tempo non ancora raggiunte dall’intervento antropico vanno diminuendo anno dopo anno, delineando i contorni di uno scenario più povero di risorse non ricostituibili. La grossa crescita demografica che si verifica nei Paesi in Via di Sviluppo se non accompagnata da efficienti politiche di sviluppo che salvino dall’impoverimento delle risorse naturali, può mettere a repentaglio la vitalità degli ecosistemi con logiche conseguenze negative a livello economico.

Molti studiosi ritengono che le attuali modalità di compravendita di beni, compresi quelli ambientali, siano completamente inique, poiché non tengono conto dei punti di partenza di ciascuno stato. In effetti, il libero commercio, privo di barriere doganali, fra i paesi con capacità finanziarie completamente diverse, non può certamente creare una situazione equa, al contrario, quando uno dei contraenti dispone di grandi risorse finanziarie, questo condiziona inevitabilmente l’andamento del mercato.

In altre parole, il soggetto economico che detiene il potere finanziario è in grado di accedere ai beni naturali che si trovano in paesi ad economia debole con estrema facilità, remunerando questi con prezzi talmente bassi da costituire vantaggio esclusivamente per i propri margini di profitto. Di conseguenza, tali margini vanno ad alimentare i dividendi, rendendo appetibili i rispettivi titoli azionari, attirando così ulteriori capitali verso le imprese oligopoliste.

È evidente che così facendo le multinazionali acquistano sempre più potere sia sul versante finanziario sia su quello commerciale, mentre i paesi sottosviluppati, nonché i lavoratori locali, diventano sempre più deboli e quindi ricattabili. Questo fenomeno, noto con il nome di “dumping ambientale” , costituisce una realtà ormai molto diffusa; i paesi del terzo mondo vendono beni naturali a poco prezzo poiché il personale addetto al prelievo e alla prima lavorazione delle risorse riceve salari molto bassi e non ha alcuna copertura sindacale e previdenziale. In altre parole, le multinazionali miliardarie non solo possono accedere allo sfruttamento delle risorse naturali comprando con una cifra irrisoria la licenza, ma soprattutto non sono vincolati al ripristino della risorsa prelevata. Di conseguenza, i beni naturali che vengono estratti sono subito rivenduti nei paesi industrializzati a prezzi molto alti, favorendo così un ampio lucro.

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