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Il figlio transessuale ha diritto di essere mantenuto più a lungo dai genitori

Non è un segreto che nel nostro contesto sociale, l’inserimento lavorativo di persone transessuali sia più difficoltoso: nonostante la confusione nell’identità di genere non sia più un tabù come una volta, permangono pregiudizi sociali che ostacolano l’accesso dei transgender nel mondo del lavoro.

E’ questa la logica sottesa alla decisione della Cassazione che ha imposto ad un padre l’obbligo di contribuire, nella misura di 400 € mensili, al mantenimento della figlia ormai trentenne, diventata un lui.

Nonostante la ragazza, diventata ragazzo, avesse ormai trent’anni, la Cassazione ha ritenuto congruo garantire la permanenza del contributo economico paterno, considerato il periodo di adattamento psicologico e sociale conseguente al cambio di sesso e la difficoltà di reperire occasioni lavorative.

Tale supporto economico da parte del genitore non deve però durare in eterno: i giudici hanno ritenuto che a tre anni di distanza dall’intervento di cambio di sesso, il ragazzo avesse ormai avuto un lasso di tempo sufficiente per ambientarsi nella sua nuova vita.

Dopo tre anni dall’intervento chirurgico di riassegnazione sessuale, si ritiene che il ragazzo abbia ormai raggiunto una capacità lavorativa potenziale, cui non ha fatto riscontro una concreta ricerca di lavoro.

Se è vero dunque che il cambiamento di sesso può dare diritto ad essere mantenuti più a lungo dai propri genitori rispetto agli altri figli senza problemi di identità sessuale, tale diritto incontra pur sempre un giusto limite: dopo tre anni dalla rinascita anagrafica è ora di darsi da fare.

È indubbio che la condizione di transessualismo possa ostacolare l’inserimento lavorativo, ma questo fatto non può costituire un “alibi” per essere mantenuti a vita dei propri genitori.

 

Articolo pubblicato su ECO DI BIELLA 19 marzo 2018

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