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Badanti e badati. Quesiti sulla nullità dei matrimoni

Il “boom” di matrimoni tra anziani e badanti straniere sta producendo gravi disagi. E questo a vantaggio di donne che il più delle volte approfittano di una totale o parziale incapacità di intendere e di volere degli anziani.

Oltre un milione di persone, residenti prevalentemente al Centro- Nord. Donne per l’87%, il 79% delle quali provenienti dall’estero: sono questi i dati, diffusi nel 2009 dalla Caritas, relativi al numero di badanti in Italia. Un mestiere che sta rapidamente diventando tra i più diffusi nel nostro Paese, anche in virtù di un sempre più accentuato invecchiamento della popolazione. Un mestiere, anche, che fornisce ben poche sicurezze, se si prende in considerazione un ulteriore dato: sono più di mezzo milione le badanti prive di un regolare contratto di lavoro. Numeri non trascurabili, cresciuti esponenzialmente in seguito all’ingresso di Bulgaria e Romania (la maggior parte delle badanti arriva proprio dalle zone nordorientali, un tempo comuniste, del continente) nell’Unione europea il 1° gennaio del 2007.
È in questo contesto, problematico e complesso, che si inserisce un discorso spesso relegato dai giornali nelle pagine di cronaca rosa, ma in realtà importante e sfaccettato, ovvero il rapporto tra il datore di lavoro, spesso solo e anziano, e la badante. Rapporto che, stando alle statistiche, non di rado prende le distanze dall’originario intento professionale per trasferirsi in un contesto che potremmo definire economico-sentimentale: secondo i dati dell’Istat sono stati oltre ventimila i matrimoni misti che si sono celebrati nel 2009 nel nostro Paese e, negli ultimi dieci anni, ben trentamila si sono svolti tra uomini nella terza età (tra i 70 e gli 85 anni) single, vedovi o divorziati e giovanissime donne straniere.
A questo fenomeno si aggiunge quello, molto più ampio nelle proporzioni, dei mariti anziani che lasciano le mogli, anche dopo 30 anni di matrimonio, per andare a convivere con giovani straniere. Si tratta di un’usanza, quella dell’anziano signore che lascia in eredità tutti i propri averi a una ragazza giovane e avvenente magari conosciuta da poco, vecchia quanto il mondo, o almeno quanto la letteratura e il cinema (l’anno scorso, ad esempio, l’attore Anthony Hopkins ha interpretato una parte simile, in chiave comica, nel film di Woody Allen Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni), ma recentemente arricchitasi di nuove casistiche figlie del loro tempo.
Un caso, in particolare, fece scalpore nel 2008, quando il decreto di un pubblico ministero bolognese fece bloccare in extremis il matrimonio tra un bolognese di 83 anni e una badante romena quarantaquattrenne. Le indagini, in quel caso, scattarono in seguito a un esposto dei nipoti dell’anziano, convinti che la donna stesse soltanto cercando di trarre un profitto economico dal suo datore di lavoro.

I dati giuridici della questione
Ma qual è la questione, in termini giuridici? Perché un organo giudiziario può permettersi di interferire nella vita privata e sentimentale di un libero cittadino? Dove finisce il diritto di ogni persona di determinare liberamente la propria esistenza, anche matrimoniale? La risposta a queste delicate questioni nasce da due considerazioni differenti e apparentemente opposte.

1 La prima ha le sue basi nella centralità del concetto di matrimonio come diritto: l’art. 29 della Costituzione italiana parla di «famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare »; mentre, secondo l’art. 12 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, «uomini e donne in età matrimoniale hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia secondo le leggi nazionali che regolano l’esercizio di tale diritto». Anche l’anziano innamorato della propria badante, dunque, secondo la Costituzione e la Convenzione deve avere la possibilità di convolare a nozze. Prerogativa sottolineata anche dal Diritto canonico, secondo il quale «il patto matrimoniale è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento» (can. 1055) e che recita (can. 1058): «Tutti possono contrarre il matrimonio, se non ne hanno la proibizione dal diritto».

2 Ma è proprio questa distinzione finale a introdurci alla nostra seconda considerazione. Considerazione che gira intorno a una domanda particolarmente spinosa: quali sono i casi in cui il matrimonio badanteanziano, manzonianamente, non s’ha da fare? La risposta risiede nell’art. 643 del Codice penale, che prevede la reclusione da due a sei anni per chiunque, al fine di «procurare a sé o ad altri un profitto», faccia abuso «dei bisogni, delle passioni o dell’inesperienza di una persona minore, ovvero dello stato d’infermità o deficienza psichica di una persona », inducendola «a compiere un atto che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso».
Si tratta della cosiddetta circonvenzione d’incapaci: e se l’anziano signore bolognese in procinto di sposare la giovane badante fosse stato plagiato? Se il suo non fosse stato vero amore, ma una ben più prosaica ingenuità? È probabilmente questo che sospettarono i nipoti presentando l’esposto in procura, in virtù dell’art. 102 del Codice civile: «I genitori e, in mancanza loro, gli altri ascendenti e i collaterali entro il terzo grado possono fare opposizione al matrimonio dei loro parenti per qualunque causa che osti alla sua celebrazione. […] Il pubblico ministero deve sempre fare opposizione al matrimonio, se sa che vi osta un impedimento o se gli consta l’infermità di mente di uno degli sposi».
Fu proprio l’Associazione matrimonialisti italiani, nei giorni del caso di Bologna, a lanciare l’allarme, sostenendo che questo “boom” di matrimoni tra anziani e badanti straniere sta producendo gravi disagi anche dal punto di vista patrimoniale. Spesso questi anziani dilapidano patrimoni e pensioni a danno proprio e dei familiari con l’ambizione di ritrovare gli ultimi spiccioli di giovinezza. Questo a vantaggio di donne che il più delle volte approfittano di una totale o parziale incapacità d’intendere e di volere degli anziani.

Fondazione San Vito onlus di Mazara del Vallo (Tp). Un gruppo di partecipanti al corso per badanti (foto PALAZZOTTO).
Storie spesso imprevedibili
Ma l’infinita varietà dei rapporti umani racconta storie spesso imprevedibili e lontane dai luoghi comuni: recentissima, e in qualche modo speculare alla vicenda bolognese, è la sentenza del marzo scorso che ha visto trionfare in tribunale una badante moldava cui un’anziana signora di Treviso aveva lasciato in eredità un appartamento e 20.000 euro sul conto corrente, ovvero tutto ciò che le era rimasto. Abbandonata dai suoi otto nipoti, la donna aveva stretto con la badante cinquantacinquenne un rapporto di sincero affetto e amicizia. Sentimenti così genuini (anche a detta dei molti vicini di casa che spesso vedevano le due donne insieme a passeggio per il quartiere) che il giudice ha optato per una sentenza di non luogo a procedere nei confronti della moldava, che ha potuto ricevere l’eredità secondo il volere dell’amica-datrice di lavoro scomparsa. Forse su questa decisione ha pesato l’assenza di un sottotesto sensuale, spesso considerato, a torto o a ragione, come la causa principale di comportamenti poco razionali da parte dell’uomo anziano in cerca di svago fuori tempo massimo. Ma rimane il fatto che, considerati i numeri in questione, già molto elevati e in crescita costante, il rapporto anzianobadante non può essere ridotto a una serie poco credibile di luoghi comuni e storie già scritte (l’anziano in cerca d’affetto, la straniera pronta a sfruttare ogni mezzo pur di accaparrarsi una fetta di eredità, la buona samaritana che si prende cura dei bisognosi in maniera del tutto disinteressata) e si tratta, al contrario, di un fenomeno dei giorni nostri che dev’essere studiato e di volta in volta valutato in tutta la sua complessità.

Articolo pubblicato su VITA PASTORALE Febbraio 2012

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