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A lavoro col pancione: donne con troppe tutele e donne che non ne hanno affatto

Le mamme lavoratrici sono tutte uguali?
Domanda scomoda che manda all’aria la solidarietà femminile dividendo le diverse categorie di donne lavoratrici in fazioni schierate l’una contro l’altra.
Ma senza indugiare negli opposti estremi dell’ipocrisia che nega il problema e della generalizzazione che fa di tutta l’erba un fascio, questa domanda vuole far riflettere tutti: le donne che lavorano nelle varie categorie, i datori di lavoro, i medici, i colleghi.

Da un lato infatti ci sono alcune donne, come le lavoratrici in proprio, che a malapena vedono tutelata la loro gravidanza dall’Ente previdenziale di categoria e che, di fatto, non possono permettersi il lusso di un congedo anticipato di maternità.
Altre donne invece approfittano degli scrupoli del medico marciando sullo spauracchio di una gravidanza a rischio per stare a casa da subito, neanche entrate nel terzo mese. Quale medico infatti negherebbe un congedo anticipato alla mamma che lo reclama? Meglio una lavoratrice a casa per qualche mese in più che rischiare succeda qualcosa al bimbo.
Tutte le lavoratrici, subordinate, autonome e libere professioniste, possono fruire dell’indennità di maternità pari all’ 80% della retribuzione giornaliera per i 2 mesi precedenti il parto e per i 3 mesi successivi. Tuttavia è innegabile che siano davvero rare le lavoratrici autonome con il lusso della maternità anticipata: o perché lavorando in proprio non c’è nessuno a sostituirle o perché in certi contesti la competitività sul lavoro non fa sconti a chi è assente da troppo tempo.
Il congedo di maternità diventa così uno spartiacque tra chi ha troppe tutele e chi non ne ha affatto.
Una soluzione potrebbe essere lo “smart working”, una modalità di lavoro flessibile che consente di lavorare da casa ottimizzando i tempi.

Articolo pubblicato su ECO DI BIELLA 23 marzo 2015

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